SCABBIA
Di salute (del 25/06/2007 @ 11:44:47, in Lettera S, visto n. 18436 volte)
La scabbia è una delle più antiche malattie parassitarie, essendosi trovate tracce del parassita nelle mummie egiziane. La scoperta dell’agente causale, l’acaro, risale al 1687 e pertanto la scabbia può essere classificata come la prima malattia del genere umano della quale si conosceva la causa. Sfortunatamente passarono due secoli prima che tale scoperta fosse accettata dal mondo scientifico. Comunemente si ritiene che essa sia appannaggio delle classi sociali più disagiate o in condizioni igieniche scadenti: parzialmente vero in quanto le condizioni socioeconomiche dei pazienti affetti da scabbia sono oramai rappresentative della popolazione in generale. Per meglio comprendere tale infestazione analizzeremo: 1) l’agente causale ed il suo ciclo biologico; 2) le modalità di trasmissione; 3) gli aspetti clinici; 4) la terapia. Agente causale ed il suo ciclo biologico La scabbia è causata da un acaro, il Sarcoptes Scabiei var. hominis (famiglia Sarcoptidae, sottordine Astigmata, ordine Acarina, classe Arachnida). E’ un parassita obbligato dell’uomo (l’uomo è il suo ambiente naturale), di forma ovalare, di piccole dimensioni (la femmina adulta è lunga 0.4mm e larga 0.3mm, mentre il maschio ha una lunghezza di 0.2 mm e una larghezza di 0.15 mm), invisibile ad occhio nudo. Si muove con rapidità sulla cute, percorrendo 2.5 cm al minuto. Sono contagianti le femmine gravide, le larve e le uova; i maschi (vivono per circa 45 giorni e non penetrano nella pelle) muoiono poco dopo l’accoppiamento. La femmina fecondata resta sulla superficie cutanea sino a quando le uova sono quasi mature (è questo il periodo durante il quale esse possono contagiare per contatto altri individui) dopodichè scava nello strato corneo della pelle delle gallerie (alla velocità di 0.5-5mm al giorno) depositandovi 2-3 uova al giorno, con un massimo di 50, dopodiché muore. Nell’arco di 4-7 giorni le uova si schiudono e le larve escono dal cunicolo sulla superficie cutanea: scavano a loro volta altri cunicoli dove si trasformano in ninfe diventando adulte in 3 settimane: si ha una nuova generazione in meno di un mese. Modalità di trasmissione La femmina adulta sopravvive in un ambiente umido (tra il 40 e 80% di umidità) e temperature comprese tra 25° e 35°C: al di sotto dei 20°C ed al di sopra dei 55°C muore. Al di fuori dell’ospite umano l’acaro non sopravvive più di 2-5 giorni. Questa premessa è doverosa per comprendere come il contagio sia prevalentemente interumano nella grande maggioranza dei casi. Così vi deve essere un contatto diretto con la persona ammalata, con i rapporti sessuali ( la scabbia viene inclusa nelle malattie sessualmente trasmissibili: a differenza però della sifilide o della gonorrea la cui trasmissione avviene frequentemente dopo breve contatto sessuale, la scabbia si trasmette quando i partners trascorrono la notte assieme) o condividendo lo stesso letto, tramite l’allattamento oppure medicando senza precauzioni individui affetti. Maggiore è il numero dei parassiti presenti su di un individuo, maggiore è la possibilità della trasmissione. Il lungo periodo di incubazione, in soggetti con una prima infezione, rende spesso difficile rintracciare la fonte di contagio. Il contagio indiretto tramite oggetti venuti in contatto con il malato (lenzuola, vestiti, asciugamani,coperte ecc.) o attraverso una frettolosa stretta di mano od un abbraccio è più raro. Aspetti clinici Il sintomo d’esordio caratterizzante la scabbia è il prurito: è un prurito generalizzato caratteristicamente notturno. L’incubazione dura in media 3-4 settimane nel caso di prima infezione mentre è più breve (1-3 giorni) nel caso di reinfestazione. Il perché intercorrano parecchi giorni prima che la malattia si manifesti è legato al fatto che il prurito che disturba il paziente è di origine allergica, ossia legato ad una risposta immunitaria del soggetto nei confronti dell’acaro; quindi, specialmente nella prima infezione, la presenza del parassita viene svelata dopo parecchi giorni dal contagio, premettendogli di moltiplicarsi indisturbato. Classicamente la lesione caratteristica della malattia è il cunicolo scabbioso: si tratta di una piccola zona rilevata, sinuosa, filiforme, lunga qualche millimetro localizzata in prevalenza in aree scarse di follicoli pilo-sebacei quali gli spazi interdigitali delle mani e la superficie flessoria dei polsi, dove la pelle è più sottile. Esso corrisponde al tragitto compiuto dalla femmina adulta nello strato corneo. Ad una estremità del cunicolo si può apprezzare un piccolo rilievo simile ad una capocchia di spillo denominato vescicola perlacea per il suo aspetto traslucido: qui si trova l’acaro mentre il resto del percorso è occupato dalle uova e dalle feci da lui deposte. Altre lesioni proprie della malattia sono le papule e i noduli infiammatori oltre a manifestazioni aspecifiche quali eczema ed escoriazioni Si osservano, nell’adulto, a livello della parte inferiore dei glutei nella piega dove si congiungono con la parte superiore delle cosce, della regione genitale maschile, della zona areolare mammaria femminile, della regione ombelicale, dei pilastri anteriori delle ascelle, dei fianchi, della superficie estensoria dei gomiti. Nel bambino è facile osservare la prevalenza di escoriazioni talora infette rispetto alle lesioni tipiche, mentre nel lattante è caratteristico l’interessamento palmo-plantare, del viso e del cuoio capelluto. La scabbia è l’esempio di una malattia nella quale sono solitamente presenti contemporaneamente vari tipi di lesioni (malattia polimorfa). Purtroppo però non sempre è così obiettivo il quadro clinico della malattia: l’igiene della persona oggi è consuetudine e trovare lesioni specifiche è sempre più raro. Occorre prestare molta attenzione alla descrizione del prurito (massimo di notte, tale da impedire talvolta il sonno), al tipo e localizzazione delle lesioni (es. lesioni crostose impetiginizzate pruriginose sulle natiche devono far sorgere il sospetto della scabbia), all’anamnesi (presenza in famiglia di altre persone con prurito o frequentazione di persone che lamentano prurito), occorre osservare con estrema accuratezza ogni singola lesione ma soprattutto conviene avvalersi di un esame di laboratorio che consiste nella ricerca diretta del parassita, delle sue uova e/o delle sue feci su frammenti di tessuto corneo prelevato con un bisturi in corrispondenza di una lesione sospetta. Altresì l’uso di corticosteroidi per via topica o sistemica determina un miglioramento dei sintomi e dei segni della scabbia, confondendo quindi le manifestazioni cliniche della malattia, lasciandone però intatta la capacità infestante. La terapia La terapia attualmente si basa sull’uso di sostanze da applicare sulla cute, con varie modalità a seconda del composto chimico. L’applicazione, dal collo in giù (tronco e arti superiori e inferiori), deve essere effettuata con particolare attenzione alle mani, ai piedi ed alle aree intertiginose. Il trattamento deve essere eseguito contemporaneamente da tutti i membri del nucleo familiare in stretto contatto con il paziente e il partner sessuale, anche in assenza di prurito, per evitare possibili reinfezioni. E’ importante che vengano seguite fedelmente le istruzioni al fine di evitare applicazioni per periodi superiori a quelli prescritti: infatti capita che il paziente, lamentando ancora un po’ di prurito al temine del ciclo terapeutico, scambi la lieve dermatite pruriginosa che segue la terapia come persistenza della malattia e tenda a prolungare le applicazioni di qualche giorno, peggiorando il quadro. La biancheria intima di cotone, le calze, le federe dei cuscini, le lenzuola, gli asciugamani del paziente vanno lavati a 60°C e stirati con il ferro a vapore; ciò che non può essere lavato a questa temperatura verrà messo in un sacco di plastica per 3 giorni contenente un insetticida. Valido anche il lavaggio "a secco". Per i materassi e le coperte si utilizzerà un antiparassitario in polvere (trattati per 48 ore).