Studio sulla sensibilità al glutine “non celiaca”

Identificati primi marker diagnostici della sensibilità al glutine

Un nuovo studio riafferma l'esistenza della sensibilità al glutine non celiaca, una patologia distinta dalla celiachia, ma accomunata ad essa dall'intolleranza al glutine. Lo studio, pubblicato recentemente sulla rivista scientifica internazionale American Journal of Gastroenterology, è stato realizzato su oltre 250 pazienti, con l’obiettivo di indagare e confermare la sensibilità al glutine, definita come non celiaca, e ottenere le prime indicazioni sui marker diagnostici, sierologici ed istologici che, al momento, sono ancora mancanti per questa patologia.
“Uno dei principali elementi di novità dello studio – commenta il Professor Carlo Catassi, Coordinatore del Dr. Schär Institute e ordinario di Pediatria all’Università Politecnica delle Marche – oltre al numero di pazienti esaminati, che fino a questo momento non ha paragoni, è stato quello di poter analizzare retrospettivamente un database, rigorosamente elaborato in doppio cieco, di oltre 10 anni di lavoro di un centro specialistico nel campo delle intolleranze e delle allergie alimentari. In pratica, sono state riviste retrospettivamente tutte le cartelle di pazienti messi, in cieco, a dieta senza glutine e, in seguito, riesposti a questa molecola, analizzandone le caratteristiche cliniche comuni e tracciando così la prima fotografia italiana dei soggetti affetti da sensibilità al glutine non celiaca”.
Criteri di inclusione nello studio e soggetti osservati. Il primo criterio di selezione dei pazienti è stato l’esclusione di ogni soggetto celiaco, per focalizzarsi su tutti quei pazienti che dimostravano un disturbo funzionale, che va ascritto alla sindrome del colon irritabile (Irritable Bowel Syndome – IBS), caratterizzata da un alternanza di stipsi e diarrea, con gonfiore a livello addominale. In questo gruppo omogeneo di pazienti, è stata verificata la risposta prima ad una dieta priva di glutine e, in seguito, la reazione alla sua reintroduzione.
“I nostri risultati confermano senza dubbio l’esistenza della sensibilità al glutine non celiaca e la connotano come una condizione eterogenea, che include differenti sottogruppi di pazienti. – dichiara il Prof. Antonio Carroccio dell’Università di Palermo, coordinatore dello studio e Direttore U.O Medicina, A.O Ospedali Riuniti di Sciacca – Di questi, una percentuale rilevante, di circa 1/3 dei nostri pazienti con IBS, sono risultati realmente sensibili al glutine dopo essere stati sottoposti al trial in doppio cieco. In realtà dato che il challenge in doppio cieco è stato eseguito con farina di frumento e non con glutine puro sarebbe meglio parlare di ipersensibilità al frumento. I pazienti sensibili al glutine possono quindi essere suddivisi in due categorie: quelli che accusano disturbi solo quando assumono glutine/frumento e quelli che devono evitare anche altri alimenti, perché accusano sintomi oltre che con l’assunzione del frumento anche con l’assunzione di latte vaccino (e derivati), uovo e altri cibi. Si può affermare quindi che i pazienti che soffrono di ipersensibilità al glutine/frumento mostrino caratteristiche cliniche più simili ai pazienti celiaci, mentre i pazienti che hanno più intolleranze attive hanno caratteristiche più simili ai pazienti allergici”.
Dal punto di vista sierologico, è difficile identificare un marcatore. Abbiamo tuttavia avuto la conferma che gli anticorpi antigliadina IgG e IgA spesso sono elevati, cioè hanno una sensibilità intorno al 60%, un dato non accurato, ma neanche inutile. L’interesse per questo risultato deriva dal fatto che questi anticorpi erano scomparsi dall’iter diagnostico della celiachia, a favore dell’anti-transglutaminasi, mentre oggi tornano utili per sospettare la presenza di sensibilità al glutine non celiaca. Quando troviamo, quindi, un paziente transglutaminasi negativo ed antigliadina positivo, il sospetto di presenza di sensibilità al glutine si accentua.
Dal punto di vista istologico, lo studio evidenzia la presenza, nei soggetti con sospetto di sensibilità al glutine/frumento, di una maggiore quantità di granulociti eosinofili nel duodeno e nel colon. L’analisi degli eosinofili permette di evidenziare un’infiammazione dei tessuti a livello locale e di spiegare il motivo della presenza di sintomi a livello della parte finale dell’intestino, piuttosto che in quella iniziale. È bene, però, precisare che, per ottenere questi risultati, è necessario eseguire una biopsia intestinale, esame piuttosto invasivo che necessita di una particolare attenzione nella valutazione dell’opportunità costo-beneficio per il paziente.
“In conclusione, – spiega il Professor Carroccio – per quanto riguarda la sensibilità al glutine non celiaca, sebbene tuttora sia possibile fare una diagnosi soltanto sul piano clinico per esclusione, tutti questi elementi che stiamo aggiungendo rappresentano ulteriori passi avanti, quali indicatori di sospetto che ci permetteranno di avere dei motivi sempre più solidi per approfondire l’anamnesi”.
"Nella breve storia della sensibilità al glutine non-celiaca abbiamo alcune certezze come il fatto che esiste e che è distinta dal punto di vista patogenetico da altre forme di reazione al glutine, inclusa l'allergia al frumento e la celiachia – commenta il Professor Alessio Fasano, membro del Dr. Schär Institute e Director of the Center for Celiac Research and Director of the Mucosal Immunology and Biology Research Center Massachusetts General Hospital di Boston –. Rimangono tuttavia ancora molte aree da definire, legate al fatto che non abbiamo ancora un biomarker diagnostico veramente accurato per questa condizione. Come giustamente affermato dal Prof. Antonio Carroccio, in questa importante pubblicazione, per il momento ci dobbiamo affidare ad una diagnosi di esclusione, ponendo l'accento su un possibile effetto placebo della dieta. Speriamo in un prossimo futuro di avere nel nostro tool diagnostico dei test che ci permetteranno di identificare i soggetti in cui si sospetta la sensibilità al glutine non celiaca. Questi biomarkers saranno anche estremamente importanti per capire l'entità del problema, considerato che esiste nel mondo scientifico un'ampia diversità di vedute sulla prevalenza di questa condizione”.

23/03/2013 Arturo Bandini

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