La retina liquida

Consentirà di superare anche le retiniti pigmentose più gravi

Una ricerca italiana sta sperimentando un prototipo di retina liquida da applicare negli stati avanzati di retinite pigmentosa. A lavorarci sono gli scienziati dell'IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar, dell'Istituto Italiano di Tecnologia di Milano e dell'Ospedale Policlinico San Martino di Genova.
Su Nature Communications sono stati pubblicati i primi positivi risultati che avvicinano il momento di futuri studi clinici sull'uomo.
La retina liquida è una retina artificiale di seconda generazione, biocompatibile e formata da una componente acquosa in cui vengono sospese nanoparticelle polimeriche fotoattive che prendono il posto dei fotorecettori danneggiati.
La nuova retina consente interventi più rapidi e meno traumatici con microiniezioni delle nanoparticelle direttamente sotto la retina.
I test di tipo preclinico sono stati condotti su modelli sperimentali riportanti pari condizioni dell'essere umano nelle fasi più avanzate della retinite pigmentosa, condizioni più critiche rispetto agli stadi in cui erano stati effettuati dallo stesso team gli studi negli anni passati.
Grazie all'iniezione i ricercatori hanno registrato in modelli preclinici sperimentali nuovi segnali fisiologici, con una riattivazione della corteccia visiva e la nuova formazione di memorie visive.
«Avere dimostrato - afferma la dott.ssa Grazia Pertile, direttrice della Clinica Oculistica del Sacro Cuore Don Calabria - che le nanoparticelle fotovoltaiche rimangono efficaci in stadi di avanzata degenerazione della retina non solo completamente priva di fotorecettori, ma anche “destrutturata” a causa delle profonde modificazioni dei circuiti retinici residui, uno scenario che mima fedelmente la situazione dei pazienti candidati a un intervento di protesi retinica, apre la porta all'applicazione di questa strategia alle patologie umane».
«Il nostro recente studio - afferma Simona Francia, prima autrice del lavoro - è un'ulteriore importante tappa verso la terapia di patologie come la Retinite pigmentosa e la degenerazione maculare legata all'età. Non solo queste nanoparticelle si distribuiscono ad ampie aree retiniche permettendo di guadagnare un ampio campo visivo, ma in virtù delle loro piccole dimensioni sono in grado di assicurare un recupero dell'acuità visiva».
«Le nanoparticelle polimeriche - conclude Guglielmo Lanzani, Direttore del centro IIT di Milano - 250 volte più piccole dello spessore di un capello agiscono come microcelle fotovoltaiche, convertendo la luce in un segnale elettrico e non determinano nessuna reazione negativa nel tessuto essendo costituite da polimeri del carbonio, come le nostre proteine e i nostri acidi nucleici. L'avere ridotto la protesi retinica a una sospensione di nanoparticelle, riduce l'intervento di impianto della protesi a una semplice iniezione molto meno invasiva».

01/07/2022 Andrea Sperelli


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