Helicobacter pylori, meglio la terapia sequenziale

Revisione italiana mostra la maggiore efficacia del trattamento sequenziale

Per curare l'infezione da helicobacter pylori è meglio affidarsi alla terapia sequenziale piuttosto che alla “triplice” terapia. A dirlo è una revisione italiana firmata da Angelo Zullo e dai suoi colleghi del Nuovo Regina Margherita di Roma.
Il trattamento sequenziale, basato su 7 giorni di somministrazione di IPP (Inibitori di Pompa Protonica) e amoxicillina e altri 7 giorni di IPP e tetraciclina con diverse posologie, ha mostrato un'efficacia di eradicazione pari al 73,3 per cento, superiore al 63,6 per cento della terapia classica.
Il trattamento sequenziale, basato su 5 giorni di IPP e amoxicillina e altri 5 con IPP e levofloxacina, ha mostrato un'eradicazione complessiva del 95,8 per cento quando il chinolonico è stato utilizzato a 500 mg bid e del 90% alla posologia di 250 mg bid. Si tratta di numeri superiori alla terapia sequenziale standard e alla “triplice” non sequenziale.
Da ciò emerge la maggiore efficacia di levofloxacina somministrata in maniera sequenziale dopo un primo periodo di PPI + amoxicillina rispetto alla terapia classica.
La revisione si basa tra l'altro su un precedente trial clinico che ha coinvolto un totale di mille pazienti. I ricercatori hanno sperimentato le due terapie su pazienti dispeptici con infezione da Helicobacter.
Metà è stata trattata con terapia sequenziale: cinque giorni con rabeprazolo (20 mg) e amoxicillina (1 g), somministrati due volte al giorno e cinque giorni con rabeprazolo (20 mg), claritromicina (500 mg) e tinidazolo (500 mg), somministrati due volte al giorno.
L'altra metà dei pazienti seguiva la classica tripla terapia: rabeprazolo (20 mg), claritromicina (500 mg) e amoxicillina (1 g), somministrati due volte al giorno per sette giorni. Dopo la cura, le analisi sulla presenza dell'Helicobacter (test dell'ureasi e del 13C nell'aria espirata) hanno indicato che la cura sequenziale dava un 95% di successo. Una percentuale significativamente migliore rispetto alla terapia standard, in cui l'eradicazione del batterio veniva ottenuta solo nel 77% dei pazienti.
I ricercatori fanno anche notare che entrambe le terapie provocavano pochi effetti collaterali, di lieve entità. E le percentuali di pazienti che interrompeva la cura a causa dei disagi erano simili nei due gruppi (inferiori al 10%).

Andrea Sperelli


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