Sebbene generalmente non siano pericolose per la sopravvivenza, le manifestazioni gastrointestinali della malattia di Fabry incidono fortemente sulla qualità della vita dei pazienti e vengono spesso riferite come invalidanti. Questi sintomi sono dovuti a una riduzione della motilità del canale digerente, determinata dall’accumulo di globotriaosilceramide a livello del sistema nervoso enterico e della muscolatura liscia. Ne consegue un rallentato svuotamento dello stomaco e dell’intestino che, a sua volta, provoca una crescita abnorme dei batteri intestinali (SIBO). Tale fenomeno predispone a un’incrementata produzione di gas intestinali, spesso associata a dolori addominali di tipo crampiforme, diarrea o stipsi, nausea e spasmi epigastrici.
“Nei pazienti affetti da malattia Fabry, alcune sostanze, complessivamente definite dell’acronimo FODMAP (Oligosaccaridi, Disaccaridi, Monosaccaridi e Polioli Fermentabili), a causa della loro scarsa digeribilità a livello intestinale, possono esacerbare la sintomatologia gastrointestinale e la disbiosi”, afferma la dottoressa Gugelmo. “Per questo motivo, un programma nutrizionale di eliminazione e progressivo reinserimento di questi composti potrebbe rappresentare un valido strumento di supporto alla terapia farmacologica”. Proprio su questo principio si basa il protocollo “low-FODMAP”, che si articola in due fasi: la prima, della durata di 4-6 settimane, prevede l’eliminazione quasi totale dei saccaridi fermentescibili dalla dieta; la seconda, invece, ne contempla la graduale reintroduzione. “Il reinserimento progressivo di questi carboidrati - un alimento per volta, a seconda del contenuto di FODMAP - permette di individuare quali siano, a livello individuale, i cibi più coinvolti nella sintomatologia”, spiega la dottoressa Gugelmo. “In questo modo, i pazienti ottengono una lista personalizzata di alimenti con i vari gradi di tolleranza. In generale, i cibi più “incriminati” sono quelli che contengono lattosio o fruttani, oligosaccaridi presenti in molti cereali”.
L’applicazione del protocollo low-FODMAP in pazienti con malattia di Fabry è stata recentemente valutata in uno studio condotto da un team di ricercatori dell’Azienda Ospedale Università di Padova, team di cui ha fatto parte anche la dottoressa Gugelmo. I risultati dell’indagine, pubblicati sulla rivista Nutrients, si sono rivelati alquanto promettenti: i pazienti sottoposti al programma hanno riferito una riduzione dei sintomi gastrointestinali, valutati mediante la Gastrointestinal Symptom Rating Scale (GSRS) e il questionario GSRS-IBS, riuscendo a destreggiarsi meglio nelle scelte alimentari quotidiane.
La malattia di Fabry, nota anche come malattia di Anderson-Fabry, è una rara patologia ereditaria da accumulo lisosomiale dovuta a un deficit dell’enzima alfa-galattosidasi A (Gal-A). La carenza o il malfunzionamento della proteina Gal-A porta all’accumulo, all’interno dei lisosomi, di glicosfingolipidi, in particolare globotriaosilceramide (Gb3), con conseguente sofferenza cellulare. Particolarmente colpiti sono i tessuti viscerali e l’endotelio vascolare, con danni a livello renale, cardiaco e del sistema nervoso centrale, ma anche dell’apparato visivo, uditivo, tegumentario (pelle e ghiandole sudoripare) e digerente.
Le informazioni di medicina e salute non sostituiscono
l'intervento del medico curante
Questa pagina è stata letta
333838 volte