Un diuretico potrebbe prevenire l'Alzheimer

Dati positivi da bumetanide contro la malattia neurodegenerativa

Un diuretico di uso comune, il bumetanide, potrebbe avere un effetto protettivo nei confronti dell'Alzheimer. Lo dice uno studio pubblicato su Nature Aging dai ricercatori del Gladstone Institutes di San Francisco e della Icahn School of Medicine di New York.
I dati presi in considerazione mostrano come l'Alzheimer sia poco diffuso fra chi assume il farmaco a causa della pressione alta o per contrastare la ritenzione idrica. Gli scienziati hanno analizzato i dati di oltre 5 milioni di over 65, parte dei quali erano in cura con il diuretico.
Fra chi assumeva il diuretico la prevalenza dell'Alzheimer era ridotta dal 35 al 75%. Ora serviranno studi specifici per dimostrare il vero potenziale di bumetanide come farmaco anti-Alzheimer.
Uno studio italiano ha dimostrato peraltro la possibilità di stimolare la naturale plasticità del cervello grazie all'utilizzo di bumetanide. La ricerca, pubblicata su Nature Neuroscience da scienziati di Iit, In-Cnr e Cibio, dimostra che la fase in cui il cervello si sviluppa in modo plastico può essere prolungata agendo su un neurotrasmettitore, il GABA. Il risultato potrebbe aprire nuove strade a terapie per il sistema nervoso e per alcune deficienze del sistema visivo
La ridotta plasticità cerebrale che caratterizza alcune patologie del sistema nervoso potrebbe in futuro essere trattata in modo farmacologico, allungando il 'periodo critico' dello sviluppo durante cui il cervello è particolarmente sensibile agli stimoli. Focalizzandosi sullo sviluppo del sistema visivo, il gruppo di ricerca ha interferito con la trasmissione neuronale durante le prime fasi dello sviluppo, somministrando in modelli animali giovani un farmaco commerciale, il bumetanide, del quale era già conosciuta l'azione diuretica. Il trattamento ha determinato un'estensione temporale del 'periodo critico di plasticità', rendendo più plastico il sistema visivo del cervello adulto senza alterarne la normale maturazione.
La scoperta nasce dalla collaborazione tra l'Istituto italiano di tecnologia (Iit) di Genova, l'Istituto di neuroscienze del Consiglio nazionale delle ricerche (In-Cnr) di Pisa e il Centro per la biologia integrata (Cibio) dell'Università di Trento.
Il lavoro, coordinato da Laura Cancedda del Dipartimento di Neuroscience and Brain Technologies dell'Iit e da Matteo Caleo dell'In-Cnr, e condotto in collaborazione con Yuri Bozzi del Cibio. Il gruppo di ricerca è giunto a questo risultato studiando gli effetti del bumetanide sulla comunicazione tra i neuroni.
“L'acido gamma-amino butirrico (GABA) è un neurotrasmettitore”, spiega Caleo, “che nel cervello in via di sviluppo ha una funzione eccitatoria, favorendo quindi la comunicazione tra le cellule nervose, mentre nel cervello adulto inibisce tale comunicazione. In particolare, questa molecola regola la capacità del cervello di conformarsi in risposta agli stimoli provenienti dall'ambiente che ci circonda che viene definita 'plasticità' e che con l'avanzare dell'età si riduce”.
I ricercatori hanno studiato l'azione del GABA nel 'periodo critico di plasticità', ossia la finestra temporale dello sviluppo cerebrale in cui i sistemi sensoriali rispondono in modo particolarmente sensibile agli stimoli ambientali. Tale fase è 'critica' per la maturazione del cervello poiché eventi traumatici o malattie che intervengano in questo momento possono alterare in maniera permanente lo sviluppo delle aree legate alle percezioni sensoriali.
Il gruppo di ricerca ha somministrato in modelli animali giovani il bumetanide, del quale era già nota l'interazione con il neurotrasmettitore GABA. “Il trattamento farmacologico ha determinato un'estensione temporale del ‘periodo critico', rendendo più plastico il sistema visivo del cervello adulto in un momento in cui normalmente non lo è, senza alterarne la normale maturazione”, conclude Laura Cancedda, ricercatrice team leader all'Iit. “Tale possibilità di allungare la fase di risposta agli stimoli esterni è importante se si considerano le patologie genetiche del neurosviluppo che limitano la plasticità del cervello maturo. Abbiamo aggiunto un tassello nella comprensione della manipolazione precoce della trasmissione del neurotrasmettitore che permette di ipotizzare azioni riabilitative specifiche durante lo sviluppo cerebrale con miglioramenti a lungo termine sulla capacità di apprendimento”.

28/10/2021 11:40:00 Arturo Bandini


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