La depressione come malattia multisistemica che coinvolge tutto il corpo. È il punto di partenza necessario per cercare di comprendere la condizione e ridare speranza ai malati.
È anche la via percorsa da un gruppo di studio dell'Irccs San Raffaele di Milano guidato dal prof. Francesco Benedetti. La ricerca degli ultimi 15 anni ha evidenziato come la depressione, in alcuni casi, possa essere legata a un malfunzionamento del sistema immunitario, che invecchia precocemente.
Questo invecchiamento delle cellule immunitarie porterebbe a una modifica del tipo e della quantità di citochine prodotte (molecole mediatrici della risposta infiammatoria).
“Si genera così uno stato infiammatorio persistente, che coinvolge e indebolisce tutto il corpo e che, a livello cerebrale, si riflette in una diminuita produzione di serotonina e altri neurotrasmettitori importanti per il controllo emotivo e cognitivo”, spiega Benedetti.
Questa infiammazione persistente può favorire l'aumento dell'incidenza di malattie come sindromi metaboliche e disfunzioni cardiovascolari tra i pazienti depressi, contribuendo a un peggioramento della qualità della vita.
Dato che la depressione si accompagna a uno stato infiammatorio generalizzato del corpo, una possibile terapia sarebbe modulare questa risposta anomala per ripristinare il normale funzionamento del sistema immunitario. In particolare, non basta assumere un farmaco antinfiammatorio per sperare di guarire. La strada per un possibile trattamento sta infatti nella modulazione della risposta infiammatoria, piuttosto che nello spegnimento della stessa.
“Non vogliamo bloccare l'azione del sistema immunitario, che è naturalmente progettato per difenderci dalle malattie, ma vogliamo ripristinarne l'omeostasi, cioè l'equilibrio e il funzionamento fisiologici”, continua Benedetti.
È in questa direzione che sta lavorando il gruppo del professore, che lo scorso maggio ha pubblicato sulla rivista Brain, Behavior, and Immunity uno studio clinico di efficacia e sicurezza di un trattamento con interleuchina 2.
Lo studio ha mostrato che la somministrazione di basse dosi di questa citochina migliorava la risposta dei pazienti ai farmaci antidepressivi già in uso, promuovendo la proliferazione dei linfociti T, una specifica popolazione di cellule immunitarie.
Nonostante i risultati promettenti, la strada verso un trattamento di immunomodulazione che risolva la depressione è ancora lunga. Questo perché i profili infiammatori della malattia sono unici per ogni paziente e dipendono dalla sua genetica, così come dalla sua storia individuale.
La ricerca dell'Unità diretta dal professore mira a tracciare il profilo della malattia nei singoli pazienti, in modo da personalizzare le strategie di cura.
“Questa profilazione mirata è però complicata da un numero elevatissimo di variabili genetiche e ambientali che concorrono a determinare la malattia e che sono difficilmente gestibili da un essere umano”, spiega il professore. In questo contesto, l'uso degli strumenti di intelligenza artificiale per l'analisi di grandi moli di dati potrebbe aiutare a definire categorie di pazienti con precisi profili di malattia, “ma siamo solo agli inizi di questa nuova prospettiva di ricerca”, conclude Benedetti.
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