I neuroni a “specchio” per suonare insieme

Concertisti sotto esame neurofisiologico per scoprirne i segreti

Suonare in concerto richiede una capacità empatica emotiva di una certa raffinatezza. Questa sensibilità sarebbe legata all’attività di aree cerebrali ben precise, quelle frontali, e bilateralmente. Queste aree sarebbero la sede dei neuroni a specchio, divenuti famosi negli ultimi anni per la loro scoperta da parte dello scienziato italiano Rizzolati. È grazie a questi neuroni che l’essere umano sa riconoscere gli stati d’animo degli altri ed entrare così in empatia con i suoi simili, ossia condividere e riuscire a sentire cosa l’altro sente interiormente in un determinato momento, decifrare le intenzioni di un altro individuo attraverso l’espressione del volto e l’atteggiamento in generale, una sorta di conoscenza condivisa. È il principio per cui una scena di un film drammatico riesce a elicitare il pianto del pubblico.
Proprio per queste acquisizioni un folto gruppo di ricercatori italiani di varie città in un progetto comune europeo, chiamato “Brain Tuning” hanno inteso studiare un gruppo di musicisti in concerto per valutarne il grado di empatia emozionale e come questa sia responsabile della capacità di interpretare la musica in modo così coordinato.
Grazie a tecnologie avanzate e raffinate è stato possibile registrare elettrofisiologicamente la loro attività mentre si svolgeva, ossia una registrazione elettroencefalografica capace di cogliere le attività cerebrali dei musicisti all’opera in concerto.
I risultati di questa indagine che ha visto protagonisti più poli di ricerca sono stati pubblicati su riviste internazionali quali Cortex e Neuroimage. Lo scopo di questa indagine è stato duplice, infatti ha rivelato la possibilità che le metodologie utilizzate in questo studio possono essere usate per pazienti con patologie anche gravi. Nei casi d’ictus e malattie neurodegenerative i soggetti possono essere studiati più approfonditamente nelle aree del linguaggio e monitorati prima durante e dopo le terapie riabilitative per verificarne l’efficacia.
A sostenere questa ipotesi è Claudio Babiloni, ricercatore dell’Università di Foggia e del “San Raffaele Pisana” che ad agenzie di stampa ha dichiarato: "La metodologia, che abbiamo sviluppato per studiare i meccanismi del cervello in concerto, ci servirà per comprendere meglio gli effetti patologici delle malattie neurodegenerative e dell'ictus sulla comunicazione verbale e non verbale”.
“Nel tempo potremo valutare più precisamente gli effetti della riabilitazione sui nostri pazienti e selezionare le procedure terapeutiche più efficaci."

03/01/2012 13:38:19 dr.ssa Anna Saito

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