(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) riflette Enrico Papini, responsabile scientifico AME, Associazione Medici Endocrinologi e direttore Struttura Complessa Endocrinologia e malattie del metabolismo, Ospedale Regina Apostolorum, Albano Laziale.
«Il 90-95% dei noduli tiroidei sono benigni - continua Paolo Vitti, presidente eletto SIE, società italiana di Endocrinologia e Direttore Endocrinologia I, Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana - ed è possibile identificare quelli maligni con un semplice esame su cellule prelevate dal nodulo con un comune ago sottile, l’ormai noto agoaspirato tiroideo. Questa tecnica è altamente affidabile ma purtroppo non è perfetta: in circa il 20% dei casi per motivi diversi, insufficiente materiale biologico aspirato o per difficoltà nel classificare i noduli, non si riesce a fare una diagnosi certa. Il sogno, già realizzato per altri tumori, è quello di poter disporre di una metodica oggettiva non basata sull’opinione di un esaminatore e l’esame molecolare, attraverso l’individuazione di geni mutati nelle cellule maligne, rappresenta una linea di ricerca molto promettente anche se non sono stati trovati ancora geni veramente specifici per i tumori tiroidei. Sulla base di queste considerazioni, nelle ultime linee guida internazionali l’esame molecolare, pur essendo certamente il futuro, è oggi considerato solo a supporto della diagnosi nei centri specializzati e, considerati anche i costi, non l’unico test per stabilire se il paziente debba essere operato o meno».
«Le ultime e più autorevoli linee guida sul tumore tiroideo dell’American Thyroid Association nel 2016 e della British Thyroid Association nel 2014 - afferma Rocco Bellantone, Direttore Chirurgia Endocrina e Metabolica del Policlinico “A. Gemelli” di Roma - propongono per i “microcarcinomi”, tumori piccoli e circoscritti, un approccio meno aggressivo di quello tradizionale. Sul piano chirurgico, l’intervento di scelta dovrebbe essere la rimozione di solo la metà della tiroide che contiene il microcarcinoma e l’intervento con tecnica di tiroidectomia mininvasiva video-assistita (MIVAT) che consente di operare con un’incisione di soli 2 cm».
«Nel follow-up chirurgico - prosegue Papini - la tradizionale terapia con iodio radioattivo ad alte dosi dovrebbe essere evitata nei pazienti a “basso rischio” o impiegata a basse dosi poiché il vantaggio in termini di sopravvivenza appare molto modesto, a fronte di un irraggiamento e di effetti collaterali non del tutto trascurabili.
Una chirurgia più conservativa consente un approccio alla terapia con levotiroxina ben diverso, perché non va sottovalutato il vantaggio che la parte residua della tiroide può svolgere nel mantenimento dei normali livelli di ormoni tiroidei. I recenti contributi nel campo della farmacologia offrono un portafoglio di soluzioni terapeutiche, come l’ormone tiroideo in soluzione liquida, che può essere assunto insieme alla prima colazione, o in capsule molli, che possono garantire un ottimale assorbimento del principio attivo e una migliore aderenza del paziente grazie alla facilità di assunzione. Oggi, in sintesi, il trattamento del tumore tiroideo deve essere “su misura” in rapporto ai diversi tipi di tumore e di paziente, trattando vigorosamente le neoplasie aggressive e gestendo più cautamente quelle iniziali e con prognosi favorevole secondo l’idea che in alcuni casi “fare meno è fare meglio”», conclude l’esperto.
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06/10/2016 Andrea Sperelli


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