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alla 1° pagina..) Sette conferma e amplia dati precedenti ottenuti dallo stesso team, che avevano individuato nei pazienti con Parkinson una presenza significativa di linfociti T reattivi contro due proteine chiave: alfa-sinucleina e PINK1, espresse nei neuroni vulnerabili alla neurodegenerazione.
Uno studio pubblicato all’inizio del 2024, sempre su npj Parkinson’s Disease, aveva già evidenziato quali sottotipi di linfociti T attaccano l’alfa-sinucleina, suggerendo un coinvolgimento del sistema immunitario nel processo patologico. Tuttavia, mancava una visione temporale chiara: quando inizia questa reattività?
La risposta è arrivata con il nuovo studio. I ricercatori del LJI hanno analizzato campioni di sangue di volontari con elevato rischio genetico per il Parkinson, alcuni dei quali già presentavano sintomi precoci come disturbi del sonno Rem o perdita dell’olfatto.
Grazie alla tecnica Fluorospot, è stato possibile identificare i linfociti T reattivi a PINK1 e alfa-sinucleina. I dati mostrano che la reattività è massima nella fase prodromica, cioè anni prima della comparsa dei tremori o di altre manifestazioni motorie. In particolare, la risposta contro PINK1 raggiungeva il suo picco massimo prima della diagnosi clinica, fornendo un segnale chiaro del potenziale ruolo dei linfociti T come biomarcatori precoci su cui basare strumenti diagnostici precoci, ma anche nuove terapie.
Nonostante i risultati, Sette invita alla prudenza: la malattia di Parkinson è complessa, e i nuovi dati non dimostrano che siano i linfociti T a causare direttamente l’infiammazione osservata nella malattia.
“Il Parkinson è associato alla distruzione dei neuroni. Ma cosa viene prima: la neurodegenerazione o l’autoimmunità? È il classico dilemma dell’uovo e della gallina”, afferma Sette. “Di certo, il fatto che la reattività T sia più alta vicino al momento della diagnosi è molto interessante. Suggerisce che i linfociti T possano avere un ruolo”.
Nel frattempo che possano essere messi a punto strumenti diagnostici precoci, i ricercatori del LJI stanno studiando strategie per bloccare l’infiammazione e proteggere i neuroni. Alcuni linfociti T sembrano infatti avere anche un ruolo protettivo contro l’infiammazione come spiega Emil Johansson, Ph.D., coautore dello studio: “Vogliamo capire se esistano sottotipi di linfociti T capaci di contrastare l’infiammazione e ridurre quelli autoimmuni”.
Il gruppo di Sette sta inoltre estendendo le ricerche al ruolo dei linfociti T in altre malattie neurodegenerative. “Ci interessa molto anche l’Alzheimer, ad esempio, dove sono stati fatti progressi nell’identificazione delle fasi iniziali”, conclude Sette.
Fonte: AboutPharma
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03/07/2025 Andrea Sperelli
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