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alla 1° pagina..) idrogeno - evento alla base della formazione di un ambiente acido - sono presenti anche su altre cellule oltre a quelle tumorali, quelle immunosoppressori.
Queste cellule, di norma preposte ai processi di guarigione delle ferite, rappresentano un alleato del tumore. Svolgono un lavoro essenziale per la creazione di nuovi vasi sanguigni che alimentino la malattia e favoriscano il processo di metastatizzazione.
Su modelli in vitro, i ricercatori hanno osservato la capacità degli antiacidi di portare a morte le cellule tumorali, spegnendo allo stesso tempo la funzione delle cellule mieloidi immunosoppressorie e favorendo di conseguenza lo sviluppo delle difese immunitarie in chiave antitumorale.
«Per bloccare un tumore in modo efficace dobbiamo non solo colpire la cellula maligna, ma anche rendere l’ambiente in cui cresce più ostile possibile alla sua crescita - spiega il prof. Vincenzo Mazzaferro, che ha coordinato lo studio -. Ciò significa eliminare le condizioni che aiutano la sopravvivenza della cellula cancerosa, potenziando al tempo stesso le difese immunitarie contro il tumore».
Lo scorso anno, in Italia, sono stati diagnosticati 13mila nuovi casi di tumore del fegato. Nel 70% dei casi, l’insorgenza è legata a fattori di rischio noti: infezione da virus dell’epatite C e dell’epatite B, e consumo regolare ed eccessivo di alcol.
È uno dei tumori con la sopravvivenza media più bassa in assoluto, pari al 20% a 5 anni e al 10% a 10 anni. Il problema principale è dato dal fatto che la diagnosi è quasi sempre tardiva, a cui si aggiunge la scarsa responsività rispetto alla chemioterapia.
Incoraggianti sono invece i risultati dei nuovi anticorpi monoclonali come nivolumab e degli inibitori della crescita tumorale come cabozantinib. Lo studio italiano potrebbe arricchire le opzioni terapeutiche grazie all’utilizzo degli inibitori di pompa protonica.
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10/10/2018 Andrea Sperelli
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