(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) è che introducendo nell'organismo determinate specie di microbi si può pensare di ristabilire una corretta ecologia del microbioma e quindi eliminare le cause della malattia.
Tuttavia, non è ancora chiaro se i cambiamenti del microbioma siano la causa della malattia oppure un suo effetto. I ricercatori della Second Genome di San Francisco, coordinati dal Ceo Peter DiLaura, stanno quindi cercando di capire non solo quale sia la composizione del microbioma, ma anche le sue funzioni. In fase di sperimentazione, al momento, c'è un farmaco per le malattie infiammatorie croniche intestinali, condizioni in cui «esiste una sorta di mancata comunicazione persistente tra microbioma e organismo ospite», spiega DiLaura.
Grazie al sequenziamento delle informazioni genomiche della comunità batterica, i ricercatori possono risalire ai motivi che ostano al corretto dialogo fra organismo ospite e microbioma, ponendo così le basi per un efficace intervento terapeutico.
In fase di studio ci sono anche terapie volte alla cura del diabete, ma in futuro, secondo DiLaura, i farmaci nati dallo studio del microbioma potranno curare anche i disturbi a carico delle vie aeree o del sistema nervoso centrale.
Una delle applicazioni più interessanti, in prospettiva, riguarda il trattamento dell'obesità. I milioni di miliardi di batteri che formano il microbioma, infatti, possono determinare effetti anche significativi sui soggetti obesi.
I batteri si dividono in famiglie “protettive” ed altre invece “aggressive”, e l'incidenza percentuale delle due categorie all'interno dell'organismo può spingere ad esempio il soggetto ad assorbire più calorie e inevitabilmente ad ingrassare.
Alberico Catapano, direttore della Fondazione Sisa e ordinario di farmacologia all'università degli Studi di Milano, spiega: “la formulazione delle nuove teorie sul microbioma intestinale permette di concludere che questo è parte del corredo genetico che ereditiamo dalla madre, e che durante tutta la vita di una persona tende a rimanere molto stabile nella sua composizione, nonostante sia esposto a condizionamenti ambientali come le abitudini alimentari. Pensiamo solo che un uomo di 80 chilogrammi ha circa 1 kg di batteri nell'intestino, che arrivano a 80 chili in una mucca di medie dimensioni”.

È ipotizzabile che alcune famiglie batteriche possano favorire l'assorbimento di una quantità maggiore di grassi. “ciascuno di noi - conferma Andrea Mezzetti, presidente della Società italiana per lo studio dell'arteriosclerosi - ha dunque una mappatura genetica intestinale che, se opportunamente esaminata, può dirci con quale probabilità il soggetto potrà diventare obeso. I bambini portatori di un microbioma obesogeno nei primi anni di vita hanno una più elevata probabilità di diventare adulti obesi".

La ricerca punta ora sulla nutraceutica, dirigendosi verso l'ipotesi di realizzare cibi ad hoc potenzialmente in grado di correggere le alterazioni della flora intestinale e proteggendo in tal modo il rischio di obesità.

Ma le analisi sul microbioma, oggetto di ricerca per molti laboratori sparsi per il mondo, puntano a tracciare un quadro di predisposizione genetica anche per malattie come il diabete e di natura metabolica, che possono trasformarsi in inneschi per patologie anche letali di natura cardiovascolare. Fra le ricerche più promettenti in tal senso ce n'è una condotta negli Stati Uniti e pubblicata su Nature. Lo studio, portato avanti dall'Università dell'Ohio su un campione di 70 soggetti, ha evidenziato il nesso fra alcune sostanze prodotte dalla flora intestinale e l'arteriosclerosi: “alcuni prodotti del metabolismo dei fosfolipidi che si generano ad opera del microbioma intestinale possono favorire la deposizione di colesterolo nella parete dei vasi sanguigni - spiega Andrea Mezzetti -. Possiamo quindi immaginare che, in futuro, conoscere meglio come sono fatti e lavorano i batteri del nostro intestino possa essere importante per capire il rischio di ammalarsi di infarto".

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03/03/2016 Andrea Piccoli


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