(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) circolano nel sangue, i linfociti citotossici, che hanno il compito di uccidere le cellule infettate dai virus. Durante l’epatite cronica virale questo “attacco” da parte dei linfociti non è in grado di eliminare i virus, ma è causa di continui cicli di blanda malattia epatica che negli anni portano alla comparsa di serie complicanze, come il tumore del fegato (carcinoma epatocellulare).
Dopo aver scoperto che le piastrine partecipano attivamente ai processi di danneggiamento del fegato, facilitando l’accumulo di linfociti in quest’organo, i ricercatori del San Raffaele hanno utilizzato modelli murini di epatite cronica B per valutare l’effetto nel tempo di farmaci anti-piastrinici. Si è così dimostrato come la somministrazione orale di aspirina e clopidogrel a basse dosi riduca non solo l’accumulo di linfociti nel fegato e la conseguente patologia epatica ma anche, e soprattutto, l’insorgenza del carcinoma epatocellulare. I ricercatori hanno altresì verificato come tale terapia antipiastrinica aumenti significativamente la sopravvivenza degli animali trattati senza provocare effetti secondari indesiderati, come l’instaurarsi di fenomeni emorragici.
“Prevenire l’insorgenza del carcinoma epatocellulare mediante l’uso di anti-piastrinici è un concetto innovativo che identifica le piastrine al centro di una malattia molto complessa”, spiega Luca Guidotti, responsabile dell’Unità di Immunopatologia dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano. ”Il fatto poi che l’aspirina e il clopidogrel siano farmaci generici già approvati per il trattamento di disordini trombotici nell’uomo dovrebbe accelerare studi clinici in pazienti cronicamente infetti da HBV o HCV”, conclude Guidotti.
“Tali studi potrebbero inizialmente coinvolgere pazienti in cui la malattia epatica non è particolarmente avanzata”, dichiara Giovanni Sitia, membro dell’Unità di Immunopatologia e primo autore dello studio, “poiché spesso il rischio di sanguinamento in questi pazienti è inferiore al rischio di trombosi”.
Sono circa 600 milioni, secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) gli individui nel mondo affetti da epatiti croniche B e C, cioè quasi il 10% della popolazione mondiale. La scarsa efficacia con cui gli attuali approcci chirurgici, radioterapici e/o chemioterapici eliminano il carcinoma epatocellulare conseguente a epatite virale cronica fa sì che siano circa un milione i pazienti affetti da questo tipo di tumore che muoiono ogni anno. Prevenire l’insorgenza del carcinoma epatocellulare è quindi un imperativo. Ad oggi la prevenzione si basa su farmaci antivirali che si prefiggono di sconfiggere l’infezione e le sue conseguenze: purtroppo molti pazienti non rispondono a queste terapie e ciò rende di grande interesse lo studio di nuove e alternative strategie.
HBV e HCV infettano il fegato causando epatiti acute e croniche. Mentre per l’epatite B esiste un vaccino alquanto efficace nel prevenire l’infezione (obbligatorio in Italia), un vaccino preventivo non è ancora disponibile per l’infezione da HCV. Il contagio dell’epatite B e C avviene principalmente venendo a contatto con sangue di persone infette e il periodo d’incubazione della malattia dura in media da 2 a 4 mesi. I sintomi dell’infezione acuta sono vari: nella maggioranza dei casi sono praticamente assenti, mentre nelle forme più gravi chi si ammala soffre di nausea, inappetenza e ittero. Si parla invece di forme croniche di epatite quando l’infezione da HBV o HCV dura per più di 6 mesi ed è associata a una serie di complicanze come il cancro del fegato che possono impiegare decenni per manifestarsi.
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03/07/2012 Andrea Sperelli


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