(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) per 100.000 abitanti e risulta "doppio rispetto ai vaccinati con ciclo completo da meno di 120 giorni e circa tre volte e mezzo più alto rispetto ai vaccinati con dose aggiuntiva/booster". Il tasso di ospedalizzazione, nel periodo 20 maggio-19 giugno per i non vaccinati (56 ricoveri per 100.000 abitanti) risulta all'incirca due volte e mezzo più alto rispetto ai vaccinati con ciclo completo da meno di 120 giorni (22 ricoveri per 100.000 aitanti) e oltre tre volte e mezzo più alto rispetto ai vaccinati con dose aggiuntiva/booster (16 ricoveri per 100.000 abitanti).

Covid non dà pace a nessuno. Neanche a chi ha superato un’infezione da Omicron BA.1, la prima versione della variante dominante ormai da mesi. Questi soggetti, infatti, sono suscettibili di nuove infezioni con le sottovarianti in circolazione, BA.4, BA.5 e BA.2.12.1.
“Inoltre, un vaccino booster derivato da BA.1 potrebbe non fornire una protezione ad ampio spettro contro le nuove varianti di Omicron". È la conclusione cui sono giunti i ricercatori dell’Università di Pechino in uno studio pubblicato su Nature.
La ricerca ha analizzato l’evoluzione genetica cui è andata incontro la variante Omicron negli ultimi mesi: BA.4, BA.5 e BA.2.12.1 hanno molte affinità con BA.2, ma a differenza di quest’ultima, le mutazioni accumulate dalle nuove sotto-varianti hanno conferito loro una maggiore capacità di eludere la risposta immunitaria sviluppata dopo un'infezione da BA.1, anche in chi ha fatto tre dosi di vaccino. "Questo fenomeno - scrivono i ricercatori - mette in seria discussione l'idea di un'immunità di gregge ottenuta attraverso la vaccinazione contro il virus originario e l'infezione da BA.1 e BA.2".

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I mesi estivi stanno portando un costante abbassamento dei casi di contagio e a un’abolizione quasi completa delle misure di contenimento della pandemia. Segno di un passaggio alla convivenza con il virus, ma non della sua scomparsa. Una sua possibile recrudescenza nel prossimo autunno rende fondamentale avere degli strumenti terapeutici efficaci da poter utilizzare per prevenire nei soggetti fragili un peggior decorso dell’infezione da SARS-CoV-2. Proprio per questo diventa necessario affrontare gli aggiornamenti di anticorpi monoclonali e antivirali diretti oggi disponibili.
Gli anticorpi monoclonali sono molecole prodotte in laboratorio modificando gli anticorpi prodotti in riposta all’infezione naturale. La selezione avviene sulla base dell’affinità di legame fra l’anticorpo e la proteina spike che il virus utilizza come chiave per entrare nelle cellule. L’anticorpo blocca l’ingresso del virus, impedendone la moltiplicazione. Dalla comparsa di Omicron, l’efficacia di alcuni anticorpi monoclonali è stata messa in discussione. I recenti sviluppi hanno permesso degli aggiornamenti che permettono di guardare con fiducia al futuro.
“Le aziende produttrici hanno delle vere e proprie librerie di monoclonali e possono produrne di nuovi in tempi relativamente brevi a fronte di nuove varianti con una proteina spike diversa – sottolinea il Prof. Maurizio Zazzi, co-Presidente di ICAR – Con i frequenti cambiamenti del virus, si sono avute molte evidenze di variazione di attività dei monoclonali. La buona notizia è che si inizia a capire meglio quali parti della proteina spike tendono a rimanere stabili nel tempo e questo aiuta molto nei criteri di selezione dei monoclonali meno soggetti alla perdita di attività con l’evoluzione del virus. Possiamo quindi rassicurare che abbiamo buoni anticorpi monoclonali anche per trattare le varianti più recenti come omicron BA.4 e BA.5, le quali potrebbero essere protagoniste di una nuova ondata autunnale. In occasione del Congresso ICAR saranno presentati diversi studi italiani di valore volti a dimostrare l’efficacia dell’impiego di monoclonali nella pratica clinica, contesto meno pulito rispetto al trial clinico, ma di indubbio valore quando interpretato correttamente”.
Gli antivirali diretti rispondono senza distinzioni alle varianti sin qui emerse. “Gli antivirali diretti sono composti chimici di sintesi, sviluppati per bloccare specifiche funzioni nel ciclo di replica virale – spiega il Prof. Maurizio Zazzi – Attualmente ne abbiamo tre a disposizione. A differenza dei monoclonali, che bloccano l’ingresso del virus nella cellula, gli antivirali fermano il virus all’interno della cellula stessa. Le funzioni virali colpite dagli antivirali non sono soggette a forte evoluzione come la proteina spike, quindi per il momento tutte le varianti rimangono sensibili agli attuali antivirali, incluse le recenti linee evolutive di Omicron BA.4 e BA.5”.
Secondo i dati ufficiali AIFA, dal momento in cui sono stati attivati i registri sull’uso dei monoclonali e degli antivirali, oltre 60mila pazienti sono stati trattati in Italia con monoclonali mentre il trattamento con antivirali ha interessato circa 45mila casi. L’antivirale per il trattamento dei pazienti ospedalizzati, il primo ad essere stato reso disponibile, è stato utilizzato in quasi 100mila casi. Resta fondamentale una catena sanitaria decisionale semplice e strumenti digitali efficienti.
“La somministrazione deve essere il più precoce possibile, entro 5-7 giorni dall’inizio dei sintomi – evidenzia il Prof. Zazzi – La seconda fase dell’infezione è infatti dominata da meccanismi patogenetici indiretti e bloccare il virus diventa un beneficio clinico molto limitato o nullo. Le terapie sono tutte di breve durata, una singola somministrazione per i monoclonali, 3-5 giorni di terapia per gli antivirali”.
“È doveroso ribadire che le terapie non sostituiscono la vaccinazione, ma la integrano con una cura per quei casi in cui, nell’impossibilità di vaccinare o nella mancata efficacia della vaccinazione, il paziente si infetti e sia valutato a rischio di sviluppare malattia grave. Si deve aggiungere che con i monoclonali è possibile anche un uso in profilassi, cioè per proteggere dall’infezione un soggetto fragile che non sia stato vaccinato o che non abbia risposto alla vaccinazione. Proprio pochi giorni fa la combinazione di due monoclonali, già approvati proprio per profilassi, ha dimostrato la propria utilità anche nel trattamento dell’infezione in persone non ospedalizzate con fragilità. Dunque i presidi per la prevenzione e la terapia migliorano e sono in continuo sviluppo, soprattutto a protezione delle persone a rischio di malattia grave. Assieme alla sorveglianza costituiscono la ricetta per gestire al meglio la pandemia”, conclude il Prof. Zazzi.

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Omicron non si ferma e continua a produrre sottovarianti che alimentano la pandemia da Covid-19. BA.5 è l’ultimo esempio in tal senso, ancora più contagiosa delle precedenti.
Nata ancora una volta in Sudafrica, la variante ha raggiunto l’Europa e alimentato i contagi soprattutto in Portogallo e Germania, al momento. Secondo il virologo Francesco Broccolo, dell'Università Bicocca di Milano, «è davvero prematuro dire che il virus Sars-CoV-2 si stia indebolendo».
I motivi per cui, secondo Broccolo, si potrebbe mettere in relazione la presenza di BA.5 con l’aumento dei casi in Portogallo sono tre: «il primo è la mutazione L452R, che da sola è in grado di far cambiare moltissimo la struttura della proteina Spike, con la quale il virus aggancia le cellule umane. Il secondo elemento è nei dati secondo cui le due sottovarianti sfuggirebbero di più agli anticorpi, sia a quelli generati dal vaccino sia a quelli generati dalle infezioni causate da BA.1, BA.2 e BA.2.12.1».
Il terzo elemento, infine, è il carattere sinciziogeno di BA.5: come con Delta, le cellule polmonari infettate dal virus si fondono con quelle adiacenti sane. I dati del ministero della Salute indicano per l'Italia un costante decremento di casi e ricoveri e una situazione dei decessi sostanzialmente stazionaria.
BA.4 e BA.5 in Italia sono responsabili al momento soltanto dello 0,47 e dello 0,41% rispettivamente delle infezioni riscontrate. Diversa la situazione in Portogallo, dove il 18,5% delle nuove infezioni è da attribuire a BA.5. Secondo uno studio giapponese dell’Università di Tokyo coordinato da Izumi Kimur, BA.5 ha una mutazione che le consente di legarsi alle cellule umane in modo più efficace già vista nelle varianti Delta e Lambda.

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Il cerchio si stringe: la comunità scientifica circoscrive in maniera sempre più definita le aree cerebrali che il virus del Covid va a intaccare, provocando la perdita dell’olfatto.
Si parlerà anche di questo al XV Congresso Nazionale dell’AIMN - Associazione Italiana di Medicina Nucleare e di Imaging Molecolare - di Rimini. Proprio ai legami tra Covid e medicina nucleare sarà infatti dedicata la sessione di apertura del Congresso.
A studiare il legame tra Covid e quelle che in gergo si chiamano anosmia – la perdita dell’olfatto, appunto – e ageusia – l’incapacità di sentire i sapori – sono, sin dall’inizio della pandemia, scienziati di tutto il mondo. Circa la metà dei pazienti colpiti, infatti, lamenta difficoltà nel percepire gli odori; uno su quattro ha problemi con il senso del gusto. E spesso i disturbi si manifestano insieme: non solo perché i sensi di gusto e olfatto sono strettamente interconnessi, e gran parte del sapore di un cibo è costituito dal suo aroma; ma perché strettamente connesse sono le aree cerebrali che ne regolano il funzionamento. E proprio i centri nervosi dell’olfatto, localizzati nel lobo frontale orbitale della corteccia cerebrale, di pazienti malati o con i postumi del Covid sono stati analizzati tramite la Pet, la Tomografia a emissione di positroni, una tecnica diagnostica di medicina nucleare che permette di studiare il funzionamento di un organo, iniettando una sostanza normalmente presente nell’organismo ma nella sua forma radioattiva, e seguendone così il metabolismo. Una sorta di “gps” che viene applicato a una molecola, ad esempio, di glucosio e che permette di tracciarne spostamenti e trasformazioni. In questo modo, i ricercatori sono riusciti a individuare le aree precise dei centri dell’olfatto che sono colpite dal Covid, provocando i disturbi.
Questi studi, che saranno presentati nel corso del Congresso, fanno il paio con quelli che, utilizzando diversi strumenti diagnostici, sono arrivati allo stesso risultato: uno per tutti, quello pubblicato di recente su Nature che – questa volta con la risonanza magnetica e non con la medicina nucleare - ha dimostrato cambiamenti nella struttura e nelle funzioni del cervello anche dopo una forma lieve di Covid.
“È fondamentale associare le diverse metodiche, in modo da poter avere un quadro completo sia in caso di ricerca sia di diagnosi – spiega il Presidente dell’AIMN, Orazio Schillaci –. Gli strumenti di medicina nucleare permettono infatti di comprendere la funzione e la funzionalità di un organo o di un tessuto mentre le tecniche di imaging radiologico ne fotografano la struttura. Per questo si parla di imaging ibrido o multimodale e di radiomica. Attraverso la radiomica le immagini mediche, ottenute dagli esami TC, Risonanza Magnetica o PET, vengono convertite in dati numerici, analizzati con metodiche di intelligenza artificiale. Questo enorme patrimonio di dati definisce molte caratteristiche del tumore e dell’ambiente circostante, relative ad esempio alla forma, al volume, alla struttura tissutale. Permette inoltre, tramite un’integrazione con i dati del genoma, di prevederne l’evoluzione e di definire terapie personalizzate”.
Sì, perché la medicina nucleare è quanto oggi più si avvicina a quella medicina personalizzata che sembra essere il futuro della medicina stessa. E non si applica solo al campo della diagnosi e della ricerca, ma anche a quello della terapia. I radiofarmaci, infatti, le molecole “marcate” con isotopi radioattivi, sono molto specifici per i tessuti cui sono destinati: vere e proprie “pallottole d’argento”, come una volta si diceva, che possono essere utilizzate, anche contemporaneamente, per la diagnosi, per la terapia, e per il monitoraggio della terapia stessa.
“Esistono radiofarmaci che vengono usati per la diagnosi della malattia di Alzheimer – spiega ancora Schillaci – e, quando ci sarà una cura, permetteranno di capire se la terapia funziona e se le funzioni vengono ripristinate”.
La medicina del futuro, insomma, che è già un consolidato presente, e che permette di comprendere meglio anche il Covid. Covid che ha avuto severe ripercussioni nel campo della diagnostica, ritardando screening, esami, terapie. E che ha portato a sospendere, per anni, gli eventi in presenza.

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La campagna vaccinale contro il COVID-19 in Italia ha permesso di evitare circa 8 milioni di casi, oltre 500.000 ospedalizzazioni, oltre 55.000 ricoveri in terapia intensiva e circa 150.000 decessi. La stima, che si riferisce al periodo tra il 27 dicembre 2020, data di inizio della campagna vaccinale, e il 31 gennaio 2022, è riportata nel rapporto “Infezioni da SARS-CoV-2, ricoveri e decessi associati a COVID-19 direttamente evitati dalla vaccinazione” appena pubblicato dall’Istituto Superiore di Sanità.
Il calcolo è stato fatto con una metodologia, inizialmente sviluppata per i vaccini antinfluenzali ma già applicata in altri paesi per studi relativi a SARS-CoV-2, che utilizza i dati della Sorveglianza Integrata e dell’anagrafe nazionale vaccini del ministero della Salute. Questo approccio si basa sull’idea che l’impatto settimanale della vaccinazione sugli eventi studiati (casi notificati COVID-19, ricoveri, ricoveri in terapia intensiva e decessi) può essere stimato combinando l’efficacia vaccinale verso l’evento di interesse, la copertura vaccinale settimanale e il numero settimanale di eventi osservati. Questa stima è detta diretta in quanto non considera il possibile impatto indiretto della stessa vaccinazione sulla popolazione non vaccinata (ad esempio: le infezioni evitate tra i vaccinati potrebbero aver contenuto la trasmissibilità complessiva osservata in Italia).
Ecco alcuni dei risultati principali
- Dall’inizio della campagna vaccinale al 31 dicembre 2021, si stima che siano stati
evitati, grazie alla vaccinazione, un totale di 2,8 milioni di casi (range 2.8 mln-3.4 mln), 290mila ospedalizzazioni (218mila-400mila), 38mila ricoveri in terapia intensiva (27mila-54mila) e 78mila decessi (54mila-114mila). Queste cifre rappresentano rispettivamente il 43%, il 58%, il 57% e il 64% degli eventi attesi (cioè quelli osservati più quelli evitati)
- Solo nel mese di gennaio 2022, caratterizzato dalla predominanza della variante Omicron, altamente diffusiva, in cui sono state osservate un totale di 4.3 milioni di diagnosi di infezione da SARS-CoV-2, la vaccinazione ha permesso di evitare un totale di 5,2 milioni di casi di infezione (range 4.3 mln-6,4 mln), 228mila ospedalizzazioni (161mila- 384mila), 19mila ricoveri in terapia intensiva (13mila-31mila) e 74mila decessi (48mila-130mila). Queste cifre rappresentano rispettivamente il 55%, l’83%, l’86% e l’87% degli eventi attesi a gennaio 2022;
- Il 72% dei decessi complessivi è stato evitato per le persone di età pari o superiore
a 80 anni, il 19% nella fascia 70-79, il 7% nella fascia 60-69 e il 3% sotto i 60 anni;
- La distribuzione degli eventi evitati non è stata omogenea durante il periodo studiato. Nella prima metà del 2021, dovuto alla bassa copertura vaccinale, il numero di eventi evitati è stato limitato. Invece, durante la seconda metà del 2021 e durante gennaio 2022 si stima che la vaccinazione ha evitato più della metà degli eventi attesi.

Ammalarsi in maniera grave, ma anche soltanto infettarsi sono eventualità molto meno frequenti nei guariti da Covid che si vaccinano. La combinazione fra l’immunità naturale e quella indotta dalla vaccinazione abbatte il rischio di Covid grave e quello di infezione da Sars-CoV-2.
A dimostrarlo sono due nuovi studi pubblicati su The Lancet Infectious Diseases. Il primo, realizzato in Brasile, ha scoperto he 4 vaccini - CoronaVac, Oxford-AstraZeneca (ChAdOx1), Janssen (Ad26.COV2.S) e Pfizer-BioNTech (BNT162b2) - forniscono una protezione aggiuntiva contro la reinfezione sintomatica (39% per CoronaVac, 56% per AstraZeneca, 44% per Janssen, 65% per Pfizer-BioNTech) e contro gli esiti gravi, ricovero e morte (81% per CoronaVac, 90% per Oxford-AstraZeneca, 58% per Janssen e 90% per Pfizer-BioNTech) in persone che hanno già avuto un'infezione da Sars-CoV-2. Nello studio però mancano casi di reinfezione da Omicron.
La seconda ricerca, effettuata in Svezia, ha scoperto da una parte che nei primi 3 mesi successivi all’infezione il tasso di mortalità era più alto rispetto a chi non era stato contagiato; dall’altra, però, i pazienti guariti mostravano un rischio di reinfezione inferiore per un lungo periodo. La vaccinazione ha fornito una protezione aggiuntiva ai guariti per almeno 9 mesi.
Anche in questo caso, lo studio ha seguito le persone solo fino a ottobre 2021, quindi non ha rilevato casi di Omicron. Per questo, saranno necessari studi più approfonditi per capire l’impatto delle nuove varianti.

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È probabilmente inutile somministrare una quarta dose di vaccino anti-Covid su vasta scala. I primi dati provenienti da Israele, l’unico paese in cui è già partita la campagna per l’ulteriore booster, non sono particolarmente incoraggianti.
Secondo i dati dello Sheba Medical Center, i vaccini di Pfizer e Moderna sono sicuri e assicurano la produzione di un maggior quantitativo di anticorpi con la quarta dose, ma la loro protezione nei confronti dell’infezione causata da Omicron risulta più debole rispetto ad altre varianti.
Nello studio sono stati reclutati 154 medici fra il personale dello Sheba Medical Center, sottoposti alla quarta dose del vaccino Pfizer, e altri 120 che si sono offerti volontari per il vaccino di Moderna. Gli studi hanno mostrato che una settimana dopo che le persone hanno ricevuto il vaccino Moderna (dopo che in precedenza avevano ricevuto tre dosi di Pfizer), l’aumento dei livelli di anticorpi è stato simile a quelli che hanno ricevuto con la quarta dose del vaccino Pfizer (dopo che in precedenza avevano ricevuto 3 dosi di Pfizer). Il processo ha inoltre mostrato che due settimane dopo aver ricevuto la quarta dose di vaccino Pfizer, i livelli di anticorpi hanno continuato a salire leggermente dopo la prima settimana.
Il professor Gili Regev-Yochay, direttore dell’Unità di Malattie infettive, ha dichiarato che “l’aumento dei livelli di anticorpi che abbiamo visto sia con Moderna che con Pfizer è leggermente superiore a quello visto dopo la terza dose di vaccino di richiamo. Tuttavia, come abbiamo visto all’interno dei nostri studi sierologici in corso tra il personale di Sheba e il numero crescente di personale che viene infettato da Omicron, nonostante l’aumento dei livelli di anticorpi la quarta dose di vaccino offre solo una difesa parziale contro il virus. I vaccini Pfizer-Moderna, che erano più efficaci contro le varianti precedenti, offrono una protezione inferiore rispetto a Omicron”.

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Le regole di base per evitare il contagio:

- Lavare spesso le mani con acqua e sapone per almeno 20 secondi;
- Evitare di toccare gli occhi, il naso o la bocca con le mani non lavate;
- Evitare contatti ravvicinati con persone mantenendo una distanza di almeno due metri;

Nel caso si rientri da un'area a rischio e si manifestino i sintomi per evitare di contagiare i propri contatti e familiari è molto importante:

- Stare a casa se si hanno sintomi;
- Chiamare il proprio medico;
- Evitare il contatto ravvicinato con familiari e conviventi;
- Coprire la bocca e il naso con un fazzoletto quando si tossisce o starnutisce, quindi gettare il fazzoletto nella spazzatura e lavarsi le mani oppure starnutire nel gomito;
- Pulire e disinfettare oggetti e superfici.



Per vedere il conteggio dei malati della protezione civile
Clicca la scritta


Per seguire in tempo reale l'evoluzione della diffusione del nuovo coronavirus, gli esperti della Johns Hopkins University hanno messo a punto una mappa interattiva con i dati relativi ai contagi e ai decessi.









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11/07/2022 Andrea Sperelli


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