(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) 12.300 nuovi casi, di cui circa il 50% presenta la mutazione del gene BRAF. È pertanto fondamentale una corretta determinazione dello stato mutazionale di BRAF per selezionare la terapia più adeguata ed efficace. Lo studio internazionale di fase III, COLUMBUS, ha coinvolto 577 pazienti e ha confrontato l’associazione di encorafenib (inibitore di BRAF) e binimetinib (inibitore di MEK) con vemurafenib e con encorafenib, entrambi usati in monoterapia. L’associazione ha mostrato una mediana di sopravvivenza libera da progressione (PFS) della malattia di 14,9 mesi, il doppio rispetto ai 7,3 mesi di vemurafenib in monoterapia. La riduzione statisticamente significativa del rischio di progressione o morte è stata del 49%. Non solo. Il beneficio si mantiene nel tempo, perché il 29% dei pazienti è libero da progressione a 3 anni dal termine della terapia”.
“Il trattamento con encorafenib e binimetinib – continua il prof. Ascierto - ha raggiunto una sopravvivenza globale (OS) mediana di 33,6 mesi, anche in questo caso circa il doppio rispetto ai 16,9 mesi con vemurafenib in monoterapia, con una riduzione del rischio di morte del 39%. Lo studio COLUMBUS ha inoltre dimostrato che i pazienti, che ricevono il trattamento in associazione, presentano maggiori probabilità di ottenere una riduzione clinicamente rilevante del carico tumorale. Questi dati sono molto promettenti per un’associazione di BRAF-MEK inibitori, in relazione all’efficacia e soprattutto guardando il profilo di sicurezza”.
Questi ottimi risultati possono essere spiegati grazie a encorafenib, inibitore di BRAF di nuova generazione, che svolge un’azione più potente e duratura rispetto agli altri farmaci della stessa classe. Le terapie mirate rappresentano uno dei più importanti strumenti dell’oncologia di precisione e svolgono un’azione specifica nei confronti del bersaglio molecolare contro cui sono dirette. La funzione delle terapie mirate è di ostacolare la crescita e la proliferazione delle cellule tumorali, bloccando questi processi o rallentandoli. L’associazione di encorafenib e binimetinib fornisce un nuovo parametro di riferimento rispetto alle associazioni di BRAF-MEK inibitori ed è una importante nuova opzione di trattamento per i pazienti con melanoma BRAF mutato.
“Anche i profili di tollerabilità e sicurezza di encorafenib e binimetinib sono peculiari – spiega la prof.ssa Paola Queirolo, Direttore Divisione Melanoma, Sarcoma e Tumori rari all’Istituto Europeo di Oncologia di Milano –. Prevalgono eventi non sintomatici, con una riduzione di entrambi gli eventi avversi che caratterizzano le altre combinazioni, fotosensibilità e piressia (febbre). Nessun paziente ha interrotto definitivamente il trattamento con encorafenib associato a binimetinib a causa della fotosensibilità. La piressia è stata lieve (grado 1) per più della metà dei pazienti che l’hanno manifestata e nessuno ha avuto uno stato febbrile di grado IV”. “Nello studio COLUMBUS – continua la prof.ssa Queirolo -, la durata del trattamento con l’associazione di encorafenib e binimetinib (51,2 settimane) è stata superiore rispetto alla monoterapia con encorafenib (31,4 settimane) e vemurafenib (26,3 settimane). Ciononostante, la percentuale di pazienti che ha interrotto il farmaco o ridotto la dose a causa di un evento avverso è risultata inferiore nell’associazione rispetto a vemurafenib.6,9 Significativo, nei pazienti trattati con l’associazione, anche il vantaggio della qualità di vita, misurato in termini di salute globale, di funzionamento emotivo e sociale, dolore, insonnia, perdita di appetito e fatica”.
“È importante avere a disposizione nuove armi che garantiscano vantaggi in termini di tempo libero da progressione, di sopravvivenza, ma soprattutto di qualità di vita - afferma Monica Forchetta, presidente APaIM (Associazione Pazienti Italia Melanoma) -. Inoltre, in questa fase di emergenza causata dal coronavirus, in cui il sistema sanitario deve sostenere grandi carichi di lavoro, la disponibilità di una terapia orale che può essere assunta a casa è determinante, perché i pazienti non sono costretti a recarsi in ospedale per la cura. Questi risultati sono ottenuti grazie alle sperimentazioni. Le Associazioni devono sensibilizzare i pazienti oncologici sull’importanza della ricerca clinica, per far capire loro che, proprio entrando in una sperimentazione, è possibile accedere a terapie innovative anni prima della loro commercializzazione”.
“Pierre Fabre è impegnata da anni nello sviluppo di farmaci oncologici sempre più innovativi - conclude Charles Henri Bodin, Direttore Generale di Pierre Fabre Pharma -. La decisione di AIFA rappresenta il punto di arrivo di un lungo percorso che ci ha visti impegnati per fornire ai pazienti e agli oncologi una nuova arma efficace contro il melanoma. Crediamo fortemente che il nostro impegno nella lotta contro il cancro debba essere al fianco delle Istituzioni, per informare i cittadini e i pazienti sulle armi a disposizione e sull’importanza della prevenzione”.
Melanoma metastatico con mutazione BRAF
Il melanoma si sviluppa quando un danno non riparato del DNA dei melanociti, cellule preposte alla sintesi della melanina, provoca mutazioni che possono portare alla proliferazione e formazione di tumori maligni. Il melanoma metastatico è il tipo di tumore della pelle più aggressivo e potenzialmente letale ed è associato a bassi tassi di sopravvivenza. Esiste una varietà di mutazioni genetiche che possono portare al melanoma metastatico. La mutazione genetica più comune nel melanoma metastatico interessa il gene BRAF. In Europa, ogni anno, vengono diagnosticati più di 144.000 nuovi casi di melanoma, la metà dei quali circa presenta mutazioni BRAF, un bersaglio chiave nel trattamento del melanoma metastatico.
Encorafenib e binimetinib
Encorafenib è una piccola molecola per uso orale, inibitore della chinasi (proteina) BRAF di nuova generazione, e binimetinib è una piccola molecola per uso orale inibitore di MEK, entrambi proteine chiave nella via di trasmissione del segnale MAPK (RAS-RAF-MEK-ERK).
Il segnale MAPK ha un ruolo importante nelle cellule normali, perché è responsabile della regolazione dei processi di crescita e differenziazione cellulare. Nelle cellule tumorali che presentano la mutazione del gene BRAF, il processo di attivazione del segnale MAPK è differente, perché si verifica una proliferazione cellulare incontrollata. In altri termini, quando è mutato, il gene BRAF si comporta come un interruttore sempre acceso in grado di stimolare continuamente la proliferazione cellulare, diversamente da quanto avviene nelle condizioni fisiologiche, in cui il gene BRAF va incontro ad accensione e spegnimento sulla base dei segnali di attivazione o inattivazione che riceve.
L’attivazione non appropriata delle proteine della via del segnale di MAPK è stata dimostrata in molti tumori tra cui il melanoma, il tumore del colon-retto, del polmone non a piccole cellule, della tiroide e altri.
Lo studio COLUMBUS
Lo studio COLUMBUS (NCT01909453) è uno studio di fase III, in due parti, internazionale, multicentrico, randomizzato, in aperto, che ha valutato l’efficacia e la sicurezza di encorafenib in associazione con binimetinib rispetto alla monoterapia con vemurafenib e alla monoterapia con encorafenib in 921 pazienti con melanoma localmente avanzato, inoperabile o metastatico con mutazione BRAFV600. L’endpoint primario dello studio era la sopravvivenza libera da progressione (PFS) mediana; tutte le analisi secondarie di efficacia, compresa OS, sono di natura descrittiva. 162 centri tra Nord America, Europa, Sud America, Africa, Asia e Australia hanno partecipato allo studio COLUMBUS.
Lo studio COLUMBUS di fase III (parte 1), che ha arruolato 577 pazienti, ha dimostrato che l’associazione encorafenib + binimetinib ha migliorato significativamente la PFS mediana rispetto a vemurafenib in monoterapia (rispettivamente 14,9 mesi vs 7,3 mesi; HR 0,51; IC 95%: 0,41–0,71; p < 0,001). Come presentato a giugno 2018 al congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO), il trattamento con encorafenib e binimetinib ha raggiunto una sopravvivenza globale (OS) mediana di 33,6 mesi rispetto a 16,9 mesi nei pazienti trattati con vemurafenib in monoterapia (HR 0,61; IC 95%: 0,47–0,79; p < 0,0001) nell’analisi pianificata di OS prevista nello studio COLUMBUS.7,16,17 Eventi avversi, che hanno portato alla interruzione della terapia per sospetta correlazione al trattamento in studio, si sono verificati nel 6% dei pazienti. Gli eventi avversi più comuni di Grado 3-4, osservati in più del 5% dei pazienti, sono stati: aumento di gamma-glutamiltransferasi (8,4%), aumento di creatin-fosfochinasi (5,8%), aumento delle transaminasi (5,5%) e ipertensione (5,5%).

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15/04/2020 Arturo Bandini


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