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alla 1° pagina..) fino all'83%. "Si tratta di un risultato incoraggiante - spiega Giulia Grande, assistant professor al Dipartimento Neurobiology, Care Sciences and Society del Karolinska Institutet e prima autrice dello studio - soprattutto considerando la finestra predittiva di 10 anni tra il test e la diagnosi. Dimostra che è possibile identificare in modo affidabile le persone che sviluppano demenza e quelle che rimarranno sane".
"I nostri risultati implicano che, se una persona ha bassi livelli di questi biomarcatori, il suo rischio di sviluppare demenza nel decennio successivo è minimo - spiega Davide Vetrano, professore associato dello stesso dipartimento del Karolinska Institutet e autore senior dello studio - Questa informazione potrebbe offrire rassicurazione a chi è preoccupato per la propria salute cognitiva, poiché esclude potenzialmente lo sviluppo futuro di demenza".
I ricercatori fanno tuttavia notare che i biomarcatori avevano bassi valori predittivi positivi, ovvero che da soli non potevano identificare con accuratezza le persone che avrebbero sicuramente sviluppato demenza.
"Questi biomarcatori sono promettenti, ma al momento non sono adatti come test di screening autonomi per identificare il rischio di demenza nella popolazione generale", afferma Vetrano. La combinazione dei 3 biomarcatori più rilevanti (p-tau217 con Nfl o Gfap) potrebbe però migliorare l'accuratezza predittiva.
"Sono necessarie ulteriori ricerche per determinare come questi biomarcatori possano essere utilizzati efficacemente in contesti reali, in particolare fra gli anziani che vivono in comunità o nei servizi di assistenza sanitaria primaria", conclude Grande. "Dobbiamo fare un ulteriore passo avanti e verificare se la combinazione di questi biomarcatori con altre informazioni cliniche, biologiche o funzionali potrebbe migliorare la possibilità che questi biomarcatori vengano utilizzati come strumenti di screening per la popolazione generale".
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07/04/2025 Andrea Piccoli
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