(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) cercando di interpretare. Ma dal momento che esistono già terapie che riescono a tenere a bada gli anticorpi in altre malattie autoimmuni, i ricercatori sperano che la scoperta possa accelerare la messa a punto di nuovi trattamenti per la fibromialgia.
«La fibromialgia colpisce milioni di persone nel Regno Unito e può avere un impatto devastante sulla qualità della vita. Provoca dolore in tutto il corpo, affaticamento, sonno disturbato e riacutizzazioni regolari quando i sintomi peggiorano ulteriormente. E questi risultati suggeriscono l'origine immunitaria della malattia, contrariamente all'opinione comune secondo cui l'origine è nervosa» scrivono gli autori dell'Istituto di Psichiatria,
Psicologia e Neuroscienze (IoPPN) del King's College di Londra, che hanno firmato l'articolo in collaborazione con l'Università di Liverpool e il Karolinska Institutet di Stoccolma.
«Va sottolineato che i topi trattati con gli anticorpi FMS si sono ripresi quando sono stati
eliminati dall'organismo, dopo poche settimane. Scoperta che suggerisce come le terapie usate per trattare malattie autoimmuni potrebbero essere efficaci anche nella FMS», osserva il coautore David Andersson, ricercatore all'IoPPN del King's College, aggiungendo che l'avere stabilito l'origine autoimmune della fibromialgia potrebbe aprire la strada a cure efficaci per milioni di pazienti. Aggiunge Camilla Svensson, ricercatrice del Karolinska Institutet e firmataria dell'articolo: «Il riscontro dei medesimi anticorpi su persone con FMS che vivono in due paesi diversi, Regno Unito e Svezia, dà enorme forza a questi risultati. Il nostro prossimo passo sarà identificare le strutture a cui si legano gli anticorpi che inducono i sintomi, cosa che aiuterà a mettere a unto non solo nuove strategie di trattamento, ma anche esami ematici diagnostici che oggi mancano del tutto».
Un terzo degli italiani dichiara di conoscere la fibromialgia ma in realtà la sua fama non è accompagnata da informazione: solo un italiano su 10 ne dà una descrizione appropriata. È prevalentemente conosciuta come malattia che “dà forti dolori” o “che colpisce” i muscoli. Tra coloro che la conoscono di più, c’è però una forte differenza di genere: sono in particolare le donne dai 34 ai 45 anni e con titolo di studio alto che, con una prevalenza del 37 per cento rispetto al 25 per cento degli uomini, conoscono la malattia. Infatti, solo un uomo su quattro sa cosa sia la fibromialgia e il livello di conoscenza crolla tra gli over 54 e i meno scolarizzati. Serve quindi una grande campagna di informazione e legittimazione pubblica della malattia. Le fonti di informazione da cui è si è venuti a conoscenza sono prevalentemente la televisione (42 per cento), il passaparola (26 per cento) giornali quotidiani e internet (16 per cento). Eppure il medico, di base o specialista, rimane la fonte ritenuta più affidabile per raccogliere notizia sulla fibromialgia (39 per cento). Segue la televisione con il 27 per cento e internet con il 20.
La fibromialgia non è ancora riconosciuta come malattia cronica, se ne discute a livello nazionale e internazionale. “Innanzitutto, si tratta di una sindrome – dichiara Piercarlo Sarzi Puttini, Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Reumatologia ASST Fatebenefratelli Sacco di Milano e Presidente dell’AISF-Odv – in quanto caratterizzata da un insieme di sintomi. La peculiarità è la presenza di un dolore muscolo-scheletrico diffuso da almeno tre mesi. Dal 2010 in avanti rilevano altri 3 segni cardinali: alterazione del sonno, stanchezza sia mentale che fisica e disturbo neuro-cognitivo. A questi sintomi cardinali, si associano anche aspetti di tipo psico-affettivo come ansia e depressione. Per la diagnosi utilizziamo due criteri: da una parte individuiamo le aree in cui il paziente percepisce il dolore. Le aree complessivamente sono 19 e il paziente con una crocetta segna se è presente o assente. Il secondo è un punteggio di sensibilità di sintomi. La somma di questi e quelli precedenti va da 0 a 31 e indica l’eventuale diagnosi e la severità di malattia. La diagnosi è difficile perché manca un criterio biochimico: bisogna ascoltare il paziente, raccogliere la sua storia clinica in relazione ai sintomi e valutare clinicamente”.
Solo in 1 caso su 2 la malattia riceve infatti una diagnosi e nella maggior parte dei casi a effettuarla è il reumatologo, seguito dal medico di base e altri specialisti. Il 10 per cento degli intervistati conosce persone che soffrono di fibromialgia e il 2 per cento ha in famiglia una persona malata. Tra chi conosce la malattia vi è la consapevolezza che la fibromialgia è un problema reale che causa grandi sofferenze. Alle domande su quali disturbi si manifestino maggiormente, la maggioranza degli intervistati riferisce il dolore diffuso in tutto il corpo e la rigidità muscolare come sintomi prevalenti della patologia. Il reumatologo è riconosciuto come la specialista d’elezione per la diagnosi e la cura della malattia: nella quasi totalità dei casi, infatti, il malato avverte dolore diffuso in tutto il corpo. Seguono rigidità muscolare, stanchezza e stati d’ansia.
L’indagine rivela che, tra chi è informato sulla malattia, solo il 6% ha una conoscenza delle associazioni di pazienti fibromialgici e per giunta generica (non si ricorda il nome di nessuna associazione). Secondo gli intervistati, infine, la mission di una associazione di pazienti fibromialgici dovrebbe essere quella di offrire supporto e sostegno alle persone malate. Alle associazioni viene richiesto di favorire la ricerca e il miglioramento delle cure.
A oggi nessun farmaco è in grado di guarire la fibromialgia. Si interviene infatti con il trattamento del sintomo, in relazione al quale ogni paziente può avere una risposta soggettiva e non definitiva. “La malattia ha severità differenti – conclude Sarzi Puttini – ci sono alcuni casi per cui un semplice analgesico può bastare. A volte, invece, dobbiamo usare più farmaci. Efficaci sono alcune molecole che modificano i neurotrasmettitori del sistema di percezione del dolore, come antidepressivi e anticonvulsivanti, oppioidi a basso dosaggio, cannabinoidi, sedativi e acetilcarnitina, utile sia per l’energia muscolare che su aspetti depressivi e percezione del dolore. È necessario poi seguire anche trattamenti non farmacologici: per prima cosa il fitness. Avere una buona forma fisica e nutrirsi in maniera corretta è fondamentale. Da non trascurare infine l’aspetto psicologico, come problemi di disturbi post-traumatici da stress che vanno analizzati e corretti con terapie terapeutiche comportamentali”.
L’indagine è stata condotta tra gennaio e febbraio 2021 su un campione di circa 1.000 persone rappresentativo della popolazione italiana dai 15 anni in su.
Uno studio pubblicato sulla rivista “Arthritis Care and Research” evidenzia come la sensibilizzazione al dolore sia particolarmente deleteria per chi soffre già di dolori persistenti.

La ricerca condotta da Henriet van Middendorp, dell'Università di Utrcht, è stata portata avanti su 62 donne affette da fibromialgia e 59 donne sane. A tutte le volontarie è stato chiesto di rievocare ricordi di situazioni particolarmente dolorose o di episodi neutrali. Ciò che poi ha fatto la dottoressa van Middendorp è stata una valutazione del grado di dolore che le donne dichiaravano di provare. In seguito le donne sono state sottoposte ad uno stimolo doloroso, una scossa di corrente, via via crescente e la ricercatrice misurava la soglia del dolore, ovvero il momento in cui lo stimolo si faceva avvertire maggiormente. In questo modo ha potuto verificare se le emozioni alterassero o meno questa soglia. Ciò che emerso è che in concomitanza della rievocazione di emozioni negative la soglia del dolore risultava sensibilmente abbassata, riducendo sia la soglia oltre cui il male diventa fastidioso sia quella a cui era del tutto intollerabile.

Chi soffre di fibromialgia, quindi, partendo da una soglia di percezione del dolore già inferiore rispetto a una persona sana, dovrebbe imparare a gestire le proprie emozioni. Per riuscirci un altro studio olandese ha messo a punto una terapia cognitivo-comportamentale. La dottoressa Saskia van Koulil, dell'università di Nijmegen, ha testato su 75 pazienti con fibromialgia, ad alto rischio di sviluppare un dolore molto limitante, una terapia psicologica studiata su misura per le caratteristiche emotive di ciascuno. Lo scopo era quello di aiutare i pazienti a vivere in maniera positiva le emozioni e anche il dolore associato alla patologia. Contemporaneamente alla terapia di questi 75 pazienti la dottoressa ha monitorato un campione altrettanto grande di fibromialgici a cui era stato detto di essere in lista di attesa per la terapia.
Dopo sei mesi è stato constatato che i pazienti che avevano ricevuto la terapia cognitivo-comportamentale stavano meglio rispetto a quelli che non l'avevano ricevuta. Presentavano infatti meno dolore, affaticamento, difficoltà funzionali e soprattutto un maggior controllo dei sentimenti negativi e dell'ansia.

Fonte: Journal of Clinical Investigation
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21/07/2021 Andrea Sperelli


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