(Torna alla 1° pagina..)(2° pagina) lo specchio nel quale si è costretti ad osservare un sé che si vuole negare.
Nell’essere-con del timido, l’Essere non è mai determinato a priori, poiché si determina nella prospettiva dell’altro, nel suo giudizio, immancabilmente atteso e temuto. Allora l’equilibrio interiore, prima ancora di quello relazionale, si sposta da me a ciò-che-si-pensa-di-me. Il progetto di mondo del timido, infatti, non è opaco ed involontariamente accessibile dall’esterno (come dovrebbe), ma si mostra trasparente ed aperto: un progetto di mondo che non può restare intimo e che si offre costitutivamente alla manipolazione dell’altro.
Si è così senza difese: un re nudo che sa di esserlo e che se ne vergogna. E se nella modalità esistenziale della timidezza il mio mondo è determinato da ciò che l’altro pensa di me, la verità si sbriciola nell’interiorità per ricomporsi nella rappresentazione dell’altro. Così, senza un proprio progetto di mondo, trasparenti e manipolabili, mutili di un principio di verità, ci si vive ancora più indifesi, più fragili ed in un perverso gioco di specchi e di rimandi la vulnerabilità del nostro essere diviene la modalità essenziale dell’inautenticità esistenziale.
Se tale prospettiva - e tutto quanto ne deriva - viene inserita in un contesto di relazione sessuale, risulta evidente che la dimensione esistenziale dell’incontro si situa prima ancora di una qualsivoglia interazione fisica, su cui ricadono poi tutte le particolarità di un inautentico essere-con. La sessualità, allora, assume connotazioni particolari che conducono irrimediabilmente in un ambito disfunzionale.
La prima caratteristica della sessualità che possiamo osservare nella dimensione della timidezza è la definalizzazione, ovvero la sostituzione della finalità propria della sessualità con altri obiettivi. La sessualità, strutturalmente, ha come finalità il piacere, ma nella dimensione della timidezza gli obiettivi da cogliere si mostrano ben altri. La ricerca d’identità, infatti, diviene l’elemento cardine dell’agire sessuale.
Il timido si dà all’incontro con l’altro - in particolare nell’interazione sessuale – senza un’identità precisa, poiché definisce se stesso solo attraverso la rappresentazione (il giudizio) dell’altro e si concentra per interpretare le modalità in cui l’altro vorrebbe che si comportasse. Il timido, dunque, si definisce sessualmente “per differenza”, in altre parole, rapportandosi come il pezzo forgiato al suo stampo. Si omologa così ad un modello comportamentale che crede essere quello gradito ed accettato dall’altro con cui si relaziona sessualmente, ricavando da tale “interpretazione di ruolo” elementi di rassicurazione.
La definalizzazione della sessualità, in cui il proprio piacere viene derubricato ad ingrediente accessorio non necessario, porta in primo piano ricerca d’identità, omologazione ad un modello e necessità di rassicurazione, rendendo inautentico e disfunzionale l’agire sessuale. Il vissuto dominante sarà allora l’attesa del giudizio, il comportamento prevalente l’autoosservazione, il risultato un costante stato d’ansia ed un devastante di-stress.
La sensazione d’inadeguatezza che costituisce la prospettiva autosvalutativa del timido conduce la sessualità irrimediabilmente in un ambito disfunzionale annullando la possibilità di una naturale eccitazione. In tal modo, per l’uomo si avrà difficoltà nell’ottenere l’erezione e nella donna difficoltà di lubrificazione (ansia da insuccesso). In entrambi i casi, si mina l’attività sessuale dall’inizio e, quand’anche tale fase venisse in qualche modo superata, l’attesa del giudizio - costringendo ad una continua autoosservazione e controllo dell’agire con conseguente di-stress - porterebbe alla perdita dell’erezione nell’uomo ed all’anorgasmia nella donna (ansia da prestazione).
In conclusione, la timidezza svuota la sessualità della sua originaria finalità, il piacere, per orientarla verso la compensazione di sbilanciamenti strutturali più profondi, verso la necessità di colmare il drammatico vuoto esistenziale di un progetto di mondo che non sa orientarsi e decidere di se stesso.
L’emergere dei vissuti - attraverso una modalità che, in una sorta d’epoché metodologica, sia capace di mostrarci le loro concatenazioni - ed un’accorta lettura, che proceda congiuntamente tra esistenziale ed esistentivo - rintracciando le linee particolari della visione del mondo, da cui discendono i relativi progetti - possono contribuire ad armonizzare l’essere, disincagliandolo dalla semplice presenza per orientarlo verso un’autentica dimensione dell’essere-con, in cui manifestare liberamente anche la sessualità.

Prof. Franco Avenia


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