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Di seguito tutti i lemmi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di riccardo (del 18/09/2015 @ 15:33:24, in Lettera T, visto n. 2983 volte)
Il test del respiro (urea breath test - UBT) è basato sulla capacità di H. pylori di metabolizzare in modo rapido l'urea somministrata per bocca, fino a quando non si ottiene acqua e anidride carbonica. Nel caso in cui l'urea sia marcata con l'isotopo 13 del carbonio, che non è radiattivo e non si trova in natura, è possibile misurare l'eliminazione tramite il respiro di anidride carbonica marcata. Un aumento di essa nell'intervallo di due prove consecutive (prima e mezz'ora dopo rispetto alla somministrazione dell'urea) rappresenta una prova indiretta della presenza di infezione da elicobatterio a livello gastrico. L’UBT può essere paragonata sia all’endoscopia che al prelievo bioptico nella diagnosi di infezione da H. pylori e potrebbe diventare un mezzo molto utile negli ambulatori di medici generici per eseguire la prova non invasivo della patologia da ulcera peptica. Anche questo test (come il CLO test) è fondato concettualmente sulla produzione di ureasi ad opera dell’H. pylori. L’urea marcata con 14C (isotopo radioattivo del carbonio) o 13C (non radioattivo) viene fatta ingerire al paziente. L’H pylori presente nella mucosa gastrica catabolizza l’urea marcata tramite l’isotopo del carbonio e crea ammonio e anidride carbonica marcata. Quest’ultima viene assorbita nel circolo ematico ed esoulsa dai polmoni. In seguito ad un'adeguata preparazione, rispettando intervalli prefissati dall’ingestione di urea, il paziente deve soffiare in provette che consentono di misurare i livelli di anidride carbonica marcata. Per eseguire il 14C UBT è necessario utilizzare un lettore a scintillazione che si avvale di raggi beta, mentre per l’analisi della 13CO2 viene impiegato unospettrometro di massa associato ad un gas cromatografo o un analizzatore automatizzato a lettura laser (LARA system).
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Di riccardo (del 05/03/2014 @ 10:44:32, in Lettera T, visto n. 561 volte)
Insieme delle cellule strutturalmente simili che formano gli organi. Sulla base di criteri morfologici, embriologici e funzionali, si distinguono quattro gruppi fondamentali di tessuti: - il tessuto connettivale, o trofomeccanico; - il tessuto epiteliale, o di rivestimento; - il tessuto muscolare, o contrattile; - il tessuto nervoso. I tessuti si differenziano durante lo sviluppo embrionale dai foglietti germinativi. I tessuti connettivali, o connettivi, sono I tessuti epiteliali, o epiteli, sono caratterizzati dalla presenza di cellule in stretto contatto tra loro, dalla mancanza di vasi sanguiferi e di sostanza intercellulare; vengono distinti, secondo la loro disposizione e la forma degli elementi cellulari, in epiteli pavimentosi, cubici, cilindrici, prismatici, semplici, pluristratificati. Essi hanno essenzialmente funzione di rivestimento (ricoprono la superficie corporea e le cavità interne dell'organismo) o di secrezione (epiteli ghiandolari). Il tessuto muscolare è caratterizzato dalla capacità delle sue cellule di contrarsi. Il tessuto muscolare viene distinto in striato e liscio, in base alle caratteristiche morfologiche delle sue fibre, e in volontario e involontario, in base ai meccanismi di stimolazione nervosa. Il tessuto nervoso è specializzato per dare origine, propagare, ricevere impulsi elettrici con altissima velocità e minimo dispendio di energia. Sulla base della durata della vita delle cellule loro costituenti, i tessuti possono essere classificati inoltre in tessuti a elementi labili, stabili e perenni. I primi, costituiti da cellule indifferenziate, dalla vita breve (da pochi giorni a qualche settimana), sono caratterizzati dalla capacità di rinnovare continuamente gli elementi cellulari morti; appartengono a tale tipo di tessuti gli epiteli di rivestimento e il sangue. I tessuti stabili (fra i quali i tessuti connettivi, il tessuto muscolare liscio, taluni epiteli ghiandolari) sono costituiti da cellule che, raggiunta la differenziazione al termine dell'accrescimento, cessano di moltiplicarsi, tendendo a conservarsi stabilmente; in caso di lesioni possono riacquistare però la capacità di riprodursi per riparare o sostituire la parte di tessuto morto. I tessuti perenni sono costituiti da cellule che si differenziano precocemente, durante lo sviluppo embrionale, crescendo poi soltanto di volume, ma non più di numero, nelle successive fasi dello sviluppo corporeo, incapaci quindi di sostituire gli elementi cellulari distrutti o danneggiati; sono perenni sia il tessuto nervoso sia il tessuto muscolare striato.
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Di riccardo (del 05/03/2014 @ 10:40:27, in Lettera T, visto n. 553 volte)
Gruppo di processi morbosi, classificabili fra le malattie lisosomiali, caratterizzati dall’accumulo (primitivo o secondario, generalizzato o localizzato) di sostanze metaboliche normali o abnormi nelle cellule e nei tessuti, senza che sia possibile da parte degli stessi o dell'organismo utilizzarle o eliminarle. Le tesaurismosi vengono suddivise in alcuni grandi gruppi, corrispondenti alla diversa natura delle sostanze che vengono accumulate. I tipi più frequenti e più importanti sono le tesaurismosi glicidiche, lipidiche, protidiche, idriche, pigmentarie, minerali: alcune forme di tesaurismosi interessano zone del corpo circoscritte e sono indice di disturbi del ricambio locale; altre, invece, accompagnano o costituiscono quadri ben definiti per l'estensione e la gravità raggiunte dal disturbo metabolico (vedi anche dismetaboliche, malattie; enzimopatie). In particolare, le tesaurismosi pigmentarie sono dovute all'accumulo di pigmenti, presenti in condizioni fisiologiche e patologiche nelle cellule e nei tessuti. Si distinguono tesaurismosi dovute a pigmenti emoglobinogeni (ematoidina, emosiderina, metaemoglobina, bile), che possono essere localizzate (nelle sedi di emorragia) o generalizzate (iperemolisi, emocromatosi, ittero del neonato, malaria cronica); tesaurismosi dovute a pigmenti autogeni, determinate cioè da eccessi di melanine e di lipofuscine. Una forma particolare di tesaurismosi è la paratesaurismosi, provocata da accumulo di pigmenti introdotti nell'organismo in seguito a tatuaggi o a esposizione a sostanze inquinanti nel corso di processi produttivi. Si tratta di malattie che riguardano l’intero organismo e che in genere hanno esordio in età pediatrica. A seconda del quadro morboso sono possibili varie terapie, quasi mai del tutto risolutive se non in casi altamente selezionati (trapianto di midollo osseo, farmaci che svolgono un’azione antitossica, adeguato apporto di sostanze alimentari selezionate per dieta predefinita, ecc.).
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Di riccardo (del 05/03/2014 @ 10:30:22, in Lettera T, visto n. 396 volte)
Propria della malaria è caratterizzata da accessi febbrili ogni 48 ore (cioè ogni terzo giorno), ciò è dovuto al fatto che il ciclo asessuale (o schizogonico) del parassita malarico dura appunto 48 ore. E' causata da protozoi del genere Plasmodium vivax (terzana benigna), Plasmodium ovale (variante della terzana benigna) e Plasmodium falciparum (terzana maligna)trasmessi all'uomo per inoculazione da zanzare del genere Anopheles. La forma determinata dal Plasmodium vivax ha un’incubazione di 10-15 giorni. Questo microrganismo può persistere per 10 giorni circa all’interno delle cellule epatiche da cui poi viene liberato per invadere i globuli rossi giovani (reticolociti). Al loro interno il microrganismo si replica tanto che i reticolociti appaiono di dimensioni aumentate con delle granulazioni al loro interno dovute alla degradazione dell’emoglobina, che gli conferiscono un aspetto tigrato. La persistenza in queste cellule dura circa 48 ore, poi il globulo rosso, rigonfio di microrganismi, si rompe e libera dai sei ai 24 plasmodii, che vanno ad invadere altri globuli rossi. In questo momento ricompare la febbre, cioè ogni 48 ore. La diagnosi viene formulata sulla base dell'indagine clinica (accessi tipici, splenomegalia, reperto di parassiti nel sangue, ecc.). La profilassi antimalarica si avvale oggi di nuovi farmaci in aggiunta alla clorochina, come le 4-amminochinoline (primachina, meflochina) e alcune nuove associazioni tra sulfamidici e pirimetamina, attivi sulle varie forme biologiche del plasmodio. Nelle forme perniciose è ancora indicato il chinino somministrato per via endovenosa.
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Di riccardo (del 05/03/2014 @ 10:23:12, in Lettera T, visto n. 503 volte)
Consiste nell’applicazione del calore per finalità terapeutiche. Se si utilizza un calore di provenienza esterna (raggi infrarossi, ultravioletti o paraffinoterapia) si parla di termoterapia esogena; se il calore è prodotto all’interno dell’organismo con apparecchi particolari si parla di termoterapia endogena. La termoterapia provoca iperemia nei tessuti. L'aumento della circolazione, soprattutto nel microcircolo, comporta nel caso della cute un'aumentata capacità di eliminazione delle tossine; nel caso dei muscoli una più rapida eliminazione dell'acido lattico e dei suoi derivati con un recupero più rapido della funzionalità muscolare; nel caso di strutture tendinee, legamentose, ossee e articolari permette una rapida risoluzione di stati infiammatori o subinfiammatori cronicizzati. Prima di sottoporsi a termoterapia, devono consultare il medico della struttura: - i portatori di pacemaker, protesi articolari o impianti cocleari; - i pazienti con vene varicose o tromboflebiti; - le donne in stato di gravidanza o con mestruazioni abbondanti.
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Di riccardo (del 04/03/2014 @ 18:09:35, in Lettera T, visto n. 466 volte)
E' la capacità di regolare la temperatura di un sistema biologico. Si basa sull'adattamento dei processi di produzione e di dispersione del calore ai cambiamenti della temperatura ambientale al fine di mantenere costante la temperatura dell'organismo attraverso la produzione di calore derivante dai processi ossidativi del metabolismo energetico, dall'attività muscolare e dall'alimentazione. Le perdite di calore avvengono in gran parte (70%) per irradiazione e per conduzione e, secondariamente, attraverso il sudore, la respirazione, la defecazione e la minzione. I meccanismi attivati dal freddo sono: l'attività muscolare (brividi), la secrezione di adrenalina, di noradrenalina e di ormone tireotropo, l'aumento dell'appetito (fattori che aumentano la produzione di calore), la vasocostrizione dei capillari cutanei e i riflessi di orripilazione e di raggomitolamento, che tendono a diminuire le perdite di calore. Al contrario, sono attivate dal caldo: la vasodilatazione cutanea, l'aumento della frequenza del respiro e la sudorazione, che favoriscono la dispersione del calore mediante evaporazione; diminuiscono inoltre l'appetito, l'attività motoria e la secrezione ipofisaria di ormone tireotropo, con conseguente rallentamento del metabolismo e, quindi, della produzione di calore. L'insieme dei meccanismi riflessi termoregolatori è integrato dall'ipotalamo. Nell'ipotalamo anteriore esiste un centro termolitico, costituito da un gruppo di neuroni sensibili ad aumenti di temperatura di 1-2 °C e capaci di reagire a questi aumenti con l'attivazione dei meccanismi di dispersione termica. Lesioni a livello dei nuclei dell'ipotalamo anteriore determinano ipertermia. Nell'ipotalamo posteriore e laterale esiste un centro termogenetico, costituito da neuroni che risentono delle diminuzioni della temperatura ambiente reagendo a esse con l'attivazione dei meccanismi conservativi e produttivi del calore. In determinate circostanze il controllo ipotalamico della temperatura corporea risulta spostato a un livello più alto; ciò in particolare si osserva nella febbre, la quale è dovuta il più delle volte alla liberazione di tossine, che agiscono sui centri termoregolatori dell'ipotalamo attraverso fattori pirogeni dei leucociti circolanti.
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Di riccardo (del 04/03/2014 @ 18:01:30, in Lettera T, visto n. 666 volte)
Misura la temperatura corporea. Il suo funzionamento si basa sull'uso di una qualche grandezza fisica che varia con la temperatura che tipicamente può essere: * la dilatazione termica di una sostanza liquida, gassosa o solida; * la resistenza elettrica di un materiale (es. termometri a termocoppia); * altre grandezze fisiche. Si tratta di uno strumento tarato attraverso precise procedure di calibrazione e con valori mappati su una scala termometrica. Il tipo più comune è costituito da un capillare di vetro, graduato da +35 °C a +42 °C, con una strozzatura in prossimità della parte che viene a contatto col corpo del paziente che impedisce al liquido contenuto (generalmente mercurio) di rientrare nel bulbo con il raffreddamento. I termometri clinici digitali sono costituiti da un circuito elettronico alimentato a batteria e attivato da un sensore che rileva la temperatura. Esistono anche dei termometri clinici elettronici che permettono di rilevare la temperatura corporea tramite una piccola sonda che viene inserita nell'orecchio. Hanno il pregio di non essere invasivi e di rilevare la temperatura corporea dalla membrana timpanica nel tempo di un solo secondo. I punti corporei che si possono utilizzare per la rilevazione della temperatura sono: - Ascellare misura pratica e più comune - Orale può essere misurata in sicurezza solo su pazienti in grado di tenere facilmente il termometro in bocca e non può essere applicato a pazienti che hanno appena bevuto liquidi caldi o freddi, nel qual caso bisogna attendere un po' di tempo, oppure usare un altro metodo - Rettale l'inserimento del termometro, deve essere effettuato previa lubrificazione con sostanze solubili in acqua. Questo tipo di misurazione è quello che fornisce i risultati più accurati. - Timpanica, misura ricavata tramite un termometro a infrarossi, la quale misura può essere falsata sia dal tappo di cerume che dall'infiammazione
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