Inquinamento e problemi al cuore

Tante ricerche confermano il nesso

Keywords | inquinamento, cuore, infarto,

L'ennesima conferma degli effetti negativi dell'inquinamento sul cuore arriva da due studi, uno giapponese, l'altro americano. Gli studi sono apparsi sul Journal of Occupational and Environmental Medicine e su Circulation.
Lo studio dell'Università di Okayama coordinato dal dott. Takashi Yorifuji ha analizzato il rapporto fra inquinamento e tassi di arresto cardiaco su 559 residenti della città sede dell'ateneo giapponese fra il 2005 e il 2010.
Dai dati emerge che la frequenza di asistolia aumenta in corrispondenza dell'aumento dei livelli di alcuni inquinanti atmosferici. A distanza di 48-72 ore con una permanenza nell'atmosfera di elevati livelli di particolato, il rischio di arresto cardiaco aumenta del 17 per cento, una percentuale che schizza al 40 per cento dopo 72-96 ore di permanenza nell'aria di alti livelli di ozono.
“Gli effetti dell’aumentato inquinamento da polveri sottili è maggiore nei pazienti più anziani e di sesso maschile, mentre quello legato all’incremento di ozono ha un effetto maggiore nei più giovani”, spiega il ricercatore giapponese. “I risultati ottenuti suggeriscono che il particolato e l'ozono possono indurre arresto cardiaco con due meccanismi distinti: l'esposizione a polveri sottili può causare infarto del miocardio, mentre l'ozono può aggravare altre condizioni cardiache, aumentando indirettamente il rischio di arresto”.
Lo studio americano, coordinato dall'epidemiologa Jamie Hart del Brigham and Women's Hospital di Boston, ha analizzato i fattori di rischio per morte cardiaca improvvisa che potrebbero essere oggetto di modifica.
Tenendo conto di un ampio periodo di 26 anni e di un campione di oltre 107mila soggetti, i ricercatori hanno analizzato i casi di morte cardiaca improvvisa.
“Abbiamo calcolato la distanza dalle strade trafficate dagli indirizzi delle partecipanti dal 1986 al 2012, scoprendo che le donne residenti entro 50 metri da un'autostrada avevano un elevato rischio di morte cardiaca improvvisa e malattia coronarica fatale. In questa popolazione di soggetti anziani e di mezza età, vivere vicino a strade trafficate aumenta le probabilità di morire per cause cardiache, anche dopo i necessari aggiustamenti per fattori confondenti”, conclude la ricercatrice.
Ma sono ormai diversi gli studi che arrivano a conclusioni simili. Una ricerca coordinata dal Dipartimento di Epidemiologia del Lazio e dalla Città della Salute di Torino ha esaminato più di 100.000 soggetti residenti in 7 città di 5 paesi europei. Lo studio stima che per ogni aumento nella media annuale di esposizione a particolato (le particelle di diametro inferiore a 10 micrometri, PM10) di 10 µg/m3 vi è un aumento del rischio di attacchi cardiaci del 12%.
I ricercatori hanno utilizzato i dati del progetto ESCAPE (European Study of Cohorts for Air Pollution Effects, coordinato dall'Università di Utrecht in Olanda). Le concentrazioni medie annuali degli inquinanti (ossidi di azoto e particolato) sono state stimate alla residenza di tutti i soggetti partecipanti, utilizzando modelli di regressione land-use. I soggetti in studio sono stati seguiti per circa 12 anni e più di 5.000 hanno avuto un primo infarto o un ricovero per angina instabile.
In Italia lo studio è stato condotto a Roma (Dipartimento di Epidemiologia del Lazio) ed a Torino (Centro per l'Epidemiologia e la Prevenzione oncologica in Piemonte della Città della Salute e della Scienza - Università di Torino (coordinato dalla dottoressa Claudia Galassi) coinvolgendo circa 14.000 persone. Hanno collaborato allo studio numerosi enti tra cui le Agenzie ambientali dell’Emilia-Romagna, del Lazio e del Piemonte.
L’associazione tra esposizione prolungata a particolato ed incidenza di infarto ed angina è stata confermata anche tenendo conto di diversi fattori individuali, come l’abitudine al fumo, lo stato socio-economico, l’attività fisica, il livello di istruzione e l’indice di massa corporea.
I risultati mostrano che il particolato è l’inquinante più dannoso, anche per concentrazioni sotto i limiti consentiti dall’attuale Legislazione europea.
Secondo gli autori della ricerca: “I risultati suggeriscono un effetto del particolato anche per concentrazioni al di sotto dell’attuale limite annuale europeo di 25 µg/m3 per il PM2,5. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) propone del resto come Linea Guida 10 µg/m3 ed i nostri risultati supportano l’idea che avvicinandoci a questo target si potrebbero raggiungere grandi benefici per la salute delle persone”. Sullo stesso numero del BMJ, in un editoriale di presentazione, si afferma: “Nonostante questo risultato dell’effetto sugli eventi cardiaci anche a bassi livelli di inquinamento, quasi il 90% della popolazione mondiale vive in luoghi al di sopra delle linee guida dell'OMS ”.
La conferma della pericolosità dell'inquinamento atmosferico viene anche da altre ricerche, come quella pubblicata sullo European Heart Journal da un gruppo di studiosi della London School of Hygiene & Tropical Medicine. La ricerca si occupa di verificare la congruenza del nesso fra esposizione alle microparticelle che inquinano l'aria e livelli di sopravvivenza in quei pazienti ricoverati in ospedale a causa di problemi cardiaci.
Stando agli esiti dell'indagine, il rischio di decesso sale in maniera significativa in corrispondenza dell'aumento delle PM2,5, le cosiddette polveri sottili, in grado di penetrare in profondità nei polmoni.
Ad ogni aumento di PM2,5 nell'atmosfera fa seguito un aumento del 20 per cento del tasso di mortalità fra i pazienti ricoverati per sindrome coronarica acuta. La ricerca, coordinata da Cathryn Tonne, ha coinvolto oltre 154 mila soggetti inglesi e gallesi, seguiti per tutto il periodo fra il 2004 e il 2007. I dati sono stati incrociati con quelli relativi all'inquinamento dell'aria fra il 2004 e il 2010 in Gran Bretagna. Nel corso dello studio si sono verificati quasi 40 mila decessi.
Una ricerca della Tel Aviv University conferma i risultati degli scienziati inglesi. Secondo i dati, i pazienti cardiopatici che vivono in zone altamente inquinate mostrano il 43 per cento di possibilità in più di avere un secondo infarto e il 46 per cento di incorrere in un ictus. Yariv Gerber, coordinatore della ricerca, spiega: “sappiamo che al pari del fumo di sigarette, l'inquinamento provoca un'alterazione del sistema infiammatorio. Se si parla di esposizione a lungo termine e sistema infiammatorio irritato in modo cronico, l'inquinamento può essere coinvolto nella progressione di sclerosi atriale che si manifesta in eventi cardiaci".
Lo studio ha analizzato 1120 pazienti sotto i 65 anni ricoverati per un infarto del miocardio in otto diversi ospedali israeliani tra il 1992 e il 1993. 21 stazioni di monitoraggio hanno assicurato la misurazione della qualità dell'aria nelle zone in cui abitavano i soggetti. Scartati altri fattori come la gravità della malattia, le abitudini personali e lo status socio-economico, i ricercatori hanno svelato un nesso fra tasso di inquinamento ed eventi vascolari ricorrenti.
Uno studio tedesco pubblicato sulla rivista New England Journal of Medicine ha evidenziato invece il rischio immediato d'attacco cardiaco causato dall'inquinamento. I ricercatori hanno intervistato un gruppo di 691 persone, per lo più uomini sopravvissuti ad un attacco cardiaco, di cui il 70% non aveva più di 55 anni, e viveva nei dintorni di Augsburg, una città di 260.000 abitanti nel sud-ovest della Germania. Sono state intervistate circa le attività svolte durante i quattro giorni precedenti l'infarto. Lo studio ha anche eliminato i dati relativi ad eventuali vigorosi sforzi fisici, ad esempio di coloro che di mattina uscivano in bicicletta.
L'analisi delle risposte ha mostrato che le persone intervistate avevano tre volte più probabilità di avere una crisi cardiaca tra l'ora che segue la loro presenza nel traffico rispetto alle ore passate a compiere attività in luoghi diversi dal traffico. Annette Peters, che ha guidato il gruppo di ricercatori, sostiene che ciò che è risultato sorprendente è stato l'effetto immediato del traffico, in meno di un'ora, e la relativa entità dell'effetto stesso.
Ciò potrebbe essere spiegato, secondo i ricercatori, da un riflesso del sistema cardiovascolare al contatto di micro-agenti inquinanti in sospensione nell'aria che può influire sul ritmo cardiaco.
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Andrea Piccoli
24/10/2014



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