(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) vaccinati trattati con terapia antiretrovirale hanno tutti avuto un miglioramento dei parametri immunologici. Questa rappresenta una tappa importante di questo cammino. “Si tratta – ha aggiunto il Presidente – di una prima possibile indicazione per l’uso di questo vaccino che oggi, grazie ai risultati dell’analisi ad interim della sperimentazione di fase II, riconosciuti da questa pubblicazione, siamo sempre più determinati a portare avanti”.
Lo studio condotto in 87 pazienti ha portato anche alla scoperta di una capacità inedita del vaccino nel ridurre significativamente le alterazioni del sistema immune indotte dall’infezione da HIV, e che generalmente persistono anche in corso di terapia HAART efficace. Inoltre sembra che siano i pazienti più immunocompromessi a trarre maggiore giovamento dalla vaccinazione.
In particolare, i pazienti vaccinati presentano un aumento significativo non solo delle cellule T CD4+ ma anche delle cellule B (entrambe cellule chiave del sistema immunitario più compromesse dall’infezione da HIV), rispetto al gruppo di riferimento di soggetti non vaccinati. Inoltre, i pazienti vaccinati con Tat mostrano un recupero funzionale significativo del sistema immune (un aumento di cellule T regolatorie e della memoria immunitaria) ed una marcata riduzione della disfunzione immunitaria, che è ritenuta causa primaria di molte complicazioni che accompagnano l’infezione da HIV anche sotto terapia.
“Questi risultati, ottenuti con la collaborazione dei centri clinici coinvolti, – afferma la dottoressa Barbara Ensoli – indicano che la vaccinazione terapeutica con la proteina Tat, in combinazione con la terapia HAART, migliora significativamente il recupero del sistema immunitario dei pazienti”. Lo studio di fase II, attualmente in corso in Italia in 11 centri clinici, sta proseguendo con un ampliamento del numero di pazienti da arruolare da 128 a 160 e un allargamento dei criteri di inclusione dello studio. I pazienti che presentano i requisiti per l’inclusione, sono sottoposti a somministrazioni mensili del vaccino Tat secondo uno schema di trattamento che prevede 3 o 5 somministrazioni intradermiche in due diversi dosaggi (7.5 o 30 µg).
I centri clinici coinvolti nella sperimentazione sono: Policlinico di Modena (Prof. R. Esposito, Prof. C. Mussini), Ospedale Amedeo di Savoia di Torino (Prof. G. Di Perri), Fondazione Centro S. Raffaele del Monte Tabor di Milano (Prof. A. Lazzarin), Azienda Ospedaliera L. Sacco di Milano (Prof. M. Galli), Azienda Ospedaliera Spedali Civili di Brescia (Prof. G. Carosi), Azienda Ospedaliera San Gerardo di Monza (Dr. A. Gori), Arcispedale Sant’Anna di Ferrara (Dr. L. Sighinolfi), Ospedale S.M. Annunziata di Firenze (Prof. F. Mazzotta), Istituto San Gallicano IRCCS di Roma (Prof. G. Palamara), Ospedale S. M. Goretti di Latina (Dr. Mercurio), A.O. Ospedale Policlinico Consorziale di Bari (Prof. G. Angarano).
L’Istituto Superiore di Sanità è lo Sponsor della sperimentazione che è condotta interamente con fondi speciali del Ministero della Salute. Le informazioni ufficiali sul vaccino Tat e sul programma di ricerca della Dr.ssa Ensoli sono reperibili sui siti web http://www.hiv1tat-vaccines.info/italian/index.php e http://www.iss.it/aids, oppure telefonando al Telefono Verde AIDS dell’Istituto Superiore di Sanità (tel. 800.861.061, dalle ore 13:00 alle ore 18:00). Il Telefono Verde AIDS dal 12 novembre al 10 dicembre 2010 amplierà l’orario di apertura dalle ore 10:00 alle ore 18:00. Inoltre, nella fascia oraria tra le ore 10:00 e le ore 16:00 sarà presente un esperto, il quale fornirà risposte sul vaccino Tat in inglese per quanti non parlano la lingua italiana.
Riuscire a combattere e sconfiggere definitivamente il virus dell'Aids è l'obiettivo primario di moltissimi studiosi e ricercatori da almeno quindici anni.
Soltanto fino a dieci anni fa l'Aids era considerata la “peste del Duemila” e moltissimi nostri connazionali erano assai spaventati per un possibile contagio da Hiv.
Ora i tempi sono cambiati e, forse anche a causa della crisi economica, la paura di questa malattia è drasticamente calata negli italiani: una ricerca della Swg indica, infatti, che solo il 4,8% di loro mette il virus dell'Hiv in cima alle proprie preoccupazioni e soltanto il 30% della popolazione si sottopone al test per diagnosticare l'Aids, contro una media europea del 60 per cento.
Benm diversa era la situazione nel 1991, quando cominciavano a circolare le prime notizie e le prime campagne informative sull'Aids: allora un italiano su cinque era terrorizzato dall'Hiv e solo la droga (54,4% della popolazione) e la criminalità organizzata (45,5%) facevano più paura.
Gli ultimi dati statistici rilevati dalla Swg sono stati presentati a Torino, in occasione della riunione al Lingotto del NPS (Network Persone Sieropositive) per celebrare la Giornata Mondiale dell'Aids.
Alla base di questa mutata percezione della pericolosità della sindrome da immunodeficienza acquisita (Hiv) da parte degli italiani vi sono vari fattori, non ultimo quello che spinge a considerare questa patologia come una malattia riguardante i paesi poveri e in via di sviluppo più del nostro.
Molte associazioni, come la Lila (Lega italiana per la lotta all'Aids), mettono in guardia dal calare i livelli di attenzione su questo grave morbo e i fondi destinati a combatterlo, eppure sembra che i nostri connazionali siano più restii ad adottare comportamenti sessuali più responsabili ed accorti: per loro l'Aids è un concreto rischio per gli omosessuali, i drogati, gli immigrati e le prostitute o i transessuali. Ricordiamo che ogni anno ben 4mila italiani contraggono il virus dell'Hiv e, dall'inizio dell'epidemia, secondo i dati del Ministero della Salute, sono morte 35.300 persone su 58.400 casi accertati. Attualmente i sieropositivi italiani, cioè coloro che ancora non sono nella fase acuta e conclamata della malattia, ammontano a circa 140mila persone, mentre i malati sono 23mila: questi numeri potrebbero peggiorare in seguito al programmato taglio dei fondi per la lotta all'Aids, determinato dalla crisi finanziaria internazionale. Contro questa riduzione dei finanziamenti si sono già levate autorevoli voci che potrebbero indurre i responsabili dei programmi di prevenzione a mantenere aperti i cordoni della borsa e a ripensare le loro politiche di contenimento degli investimenti in prevenzione.

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12/11/2010

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