(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) può arrivare sino al 2%. Vogliamo sottolineare che questa malattia esiste e non va sottovalutata, ma può essere prevenuta con il relativo vaccino. Occorre sensibilizzare non soltanto le persone, ma anche il mondo medico, che a volte è incapace di riconoscere queste patologie in quanto ritenute improbabili. Anche il morso potrebbe non essere avvertito: più della metà dei malati ha scoperto di potersi essere infettato soltanto dopo analisi approfondite”.
La malattia, definita anche Tbe (Tick borne encephalitis) o meningoencefalite primaverile-estiva, è una malattia del sistema nervoso centrale, causata da un virus appartenente al genere Flavivirus. Viene trasmessa principalmente dalle zecche Ixodes ricinus e Ixodes persulcatus, che operano sia come vettori che come serbatoi. Ma l’infezione può essere veicolata anche dalle zecche del genere Dermacentor (zecca del cane) ed Haemaphysalis.
Attualmente le zecche responsabili della meningoencefalite sono presenti soprattutto nel Nord Est italiano. I primi casi furono descritti in Toscana nel 1975, successivamente nel 1992 in Trentino e infine nella provincia di Belluno nel 1994. Altri focolai sono stati rilevati in Friuli e nel 2003 nella provincia di Treviso. La patologia potrebbe però essere presente anche in altre aree geografiche, soprattutto in quelle montane.
Nel 70-90% dei casi la malattia decorre in maniera asintomatica. Quando, invece, provoca la comparsa di sintomi, il tempo d'incubazione è variabile e mostra un andamento bifasico. Inizialmente il paziente manifesta un disturbo simile all'influenza, cui segue un periodo di relativo benessere della durata di 7-10 giorni. Successivamente, si presenta la malattia vera e propria.
La puntura spesso non viene percepita dal paziente perché nella saliva dell'animale è contenuta una sostanza che ha un effetto anestetico. Chi si rende conto di essere stato morso da una zecca dovrebbe recarsi il prima possibile dal medico.
Gli esperti consigliano a chi si trova nelle zone interessate dalla malattia, di percorrere sentieri guidati, di non attraversare prati con erba alta a gambe nude e di utilizzare abiti chiari. Inoltre, al rientro dalle escursioni, suggeriscono d'ispezionare attentamente le aree cutanee non protette dagli indumenti, per escludere la presenza di zecche.
La rimozione di questi animali va effettuata utilizzando una pinzetta con un leggero movimento di trazione-rotazione. Non utilizzare olio, alcool o altre sostanze emollienti o disinfettanti prima di aver tolto l'insetto: se dovesse rigurgitare, infatti, il pericolo d'infezione aumenterebbe.
Uno studio coordinato da Claudio Bandi dell’Università di Milano (in collaborazione con l’Istituto Zooprofilattico della Lombardia e dell’Emilia Romagna, l’Ospedale Sant’Orsola di Bologna, l’Università di Brescia, il Policlinico San Matteo di Pavia e l’INAIL) potrebbe portare ad una svolta nelle indagini sul ruolo del parassitismo da zecche nella genesi di malattie cronico-degenerative, attraverso lo sviluppo di un marcatore per la puntura da zecca.
Al centro dello studio, il Midichloria mitochondrii, un batterio simbionte associato a Ixodes ricinus, la zecca dei boschi, una specie molto diffusa in Italia e recentemente segnalata in zone boschive della Pianura Padana anche in aree periferiche di città come Vigevano e Pavia.
I ricercatori hanno rilevato che i soggetti parassitati da questa zecca sviluppano anticorpi nei confronti di Midichloria. Questa scoperta permetterà di sviluppare un test per determinare se un soggetto sia stato parassitato dalla zecca dei boschi, con una semplice analisi del sangue basata sul dosaggio degli anticorpi anti-Midichloria. Questo approccio permetterà di esaminare i soggetti affetti da patologie che si sospetta possano essere associate alla puntura da zecca, conducendo analisi epidemiologiche su larga scala e chiarendo in modo definitivo se le zecche siano coinvolte nello sviluppo di malattie degenerative.
L’importanza dello studio non si limita allo sviluppo di un marcatore per la puntura da zecca: il fatto che i soggetti parassitati dalla zecca sviluppino anticorpi anti-Midichloria indica come molto concreta la possibilità che la stessa Midichloria possa infettare l’uomo. A supporto di questa possibilità lo studio ha dimostrato la presenza di Midichloria nelle ghiandole salivari della zecca e nel dotto che trasferisce la saliva della zecca all’ospite durante il pasto di sangue.
Anche se i dati attualmente disponibili non permettono ancora di concludere che Midichloria sia associato ad una specifica patologia nell’uomo o negli animali, le peculiarità biologiche di questo batterio, in particolare il fatto che sia in grado di invadere i mitocondri, le centrali energetiche delle cellule, lo rendono un promettente oggetto di indagine per lo studio di diverse patologie che si caratterizzano proprio per una disfunzione mitocondriale.

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04/07/2016 Andrea Sperelli

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