(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) ricercatrice dello Shanghai Institute presso l'Accademia cinese delle Scienze, che ne ha pubblicato gli esiti su Cell Research.
Lo sviluppo dell'Alzheimer porta con sé l'alterazione della composizione del microbiota intestinale e l'accumulo periferico di fenilalanina e isoleucina, con conseguente proliferazione delle cellule proinfiammatorie Th1.
Le Th1 contribuiscono alla neuroinfiammazione tipica della condizione. La molecola GV-971 (sodium oligomannate), sopprime lo squilibrio dei batteri, 'imbriglia' la neuroinfiammazione e inverte il deterioramento cognitivo.
“È probabile che la molecola abbia un qualche effetto, in quanto sono noti sia il ruolo del microbiota che quello dell'infiammazione nello sviluppo di disturbi cognitivi, ma finora queste terapie testate su pazienti non hanno dimostrato efficacia. I nuovi risultati indicano che la ricerca nel campo non deve essere abbandonata. La rapida approvazione ottenuta in Cina, permetterà, tra qualche anno, di aver dati real world sull'efficacia e sicurezza di questa molecola, che ancora presenta delle incognite da approfondire", spiega il prof. Marra.
Intanto, sul fronte della ricerca genetica si registra una nuova scoperta. Uno studio pubblicato su Nature Medicine ha osservato nel Dna di una donna colombiana una rara mutazione – APOE3ch – in grado di proteggerla dall'Alzheimer nonostante nel suo cervello fosse presente un significativo accumulo di proteina beta-amiloide. Grazie alla mutazione, i primi sintomi della malattia sono comparsi nella donna solo a distanza di trent'anni.

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05/11/2019 Andrea Sperelli

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