(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) potrebbero infatti essere falsati dalle terapie assunte per il trattamento di un disturbo benigno».
Con il passare degli anni molti uomini sperimentano i primi disagi legati alla condizione della loro prostata. L'organo tende a ingrossarsi, dando luogo a disturbi di varia natura, dalla difficoltà a iniziare la minzione al bisogno frequente di andare al bagno. Si parla in questi casi di ipertrofia prostatica benigna, condizione che colpisce il 50% dei 35-40enni e addirittura l'80% degli over 70.
Per valutare la condizione della prostata si usa da anni il test del Psa, un prelievo di sangue che misura i livelli di antigene prostatico specifico. Dai dati è possibile stabilire la presenza di una prostatite, ovvero un'infiammazione, l'ipertrofia, cioè l'aumento del volume della ghiandola, o quella di un tumore.
«È importante ricordare che il valore del Psa da solo non ci permette di dire se una persona è affetta o meno da un tumore della prostata - ricorda Procopio, che è anche consigliere dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica -. Ed è importante che gli uomini segnalino al loro medico eventuali disturbi senza allarmarsi e senza trascurarli a lungo».
Lo studio in oggetto è stato realizzato dai ricercatori della University of California San Diego School of Medicine, i quali hanno esaminato i dati relativi a oltre 80mila uomini che si erano sottoposti al test fra il 2001 e il 2015.
È emerso che solamente il 29 per cento dei pazienti in cura con inibitori della 5-alfa reduttasi (5Ari) ha effettuato una biopsia entro due anni da un test del Psa dall’esito sospetto in confronto al 59 per cento degli uomini che non assumeva i farmaci in questione.
Inoltre, il 25 per cento di chi assumeva medicine per la prostata ingrossata riceveva una diagnosi a uno stadio avanzato della malattia, in confronto al 17 per cento delle persone che non seguivano la stessa terapia. Infine, il 7 per cento dei pazienti in cura con inibitori della 5-alfa reduttasi aveva un tumore metastatico rispetto al 3 per cento degli uomini non in cura.
Cifre che mostrano l'esistenza di un problema di diagnosi: gli inibitori dell'enzima 5-alfareduttasi, infatti, determinano una riduzione dei livelli dell'antigene prostatico specifico, pregiudicando l'attendibilità dell'esame del Psa.
«Il test del Psa è utile per i soggetti a rischio, quelli che hanno una familiarità positiva per carcinoma della prostata e che dovrebbero eseguire il test almeno una volta attorno ai 45 anni - spiega Procopio -: sulla base del risultato si possono poi disegnare le strategie dei controlli e la loro frequenza. E poi, naturalmente, per chi ha disturbi della sfera genitourinaria. L'indicazione a eseguire l'esame dovrebbe essere concordata con il proprio medico di medicina generale o lo specialista urologo. E sempre con il medico andrebbero valutati attentamente gli esiti, onde evitare di preoccuparsi eccessivamente o di sottostimarli, procedendo con altri esami se necessario».
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11/10/2019 Andrea Piccoli

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