(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) cerebrali che in quelle endoteliali (che rivestono la parete interna dei vasi sanguigni). Questo fenomeno era inoltre direttamente correlato alla riduzione dell’espressione del gene ndufc2, implicato nella costituzione di un componente fondamentale dei mitocondri (gli organelli cellulari destinati alla produzione di energia).
“In pratica – dicono Sebastiano Sciarretta e Giacomo Frati, Dipartimento di Angiocardioneurologia Neuromed e Dipartimento di Scienze e Biotecnologie Medico-Chirurgiche, Facoltà di Farmacia e Medicina dell’Università Sapienza - le cellule dei ratti SHRSP sottoposti a una dieta ricca di sale non sono più capaci di smaltire le loro componenti vecchie o degradate, soprattutto i mitocondri danneggiati. Questo è uno dei meccanismi che espone gli animali ad un’altissima probabilità di essere colpiti da ictus. Ma una volta avviato il trattamento con una molecola sperimentale, capace di riattivare i processi autofagici, il rischio viene notevolmente diminuito”.
“Questo studio – aggiungono Speranza Rubattu e Massimo Volpe, del Dipartimento di Angiocardioneurologia Neuromed e Dipartimento di Medicina Clinica e Molecolare, Facoltà di Medicina e Psicologia dell’Università Sapienza - rappresenta una importante conferma delle nostre ricerche precedenti sul gene Ndufc2, nelle quali avevamo stabilito che una ridotta espressione di quel gene è correlata a un aumento di rischio per ictus cerebrale. Oltre a gettare una luce importante sulle basi genetiche dell’ictus, lo studio mostra che le disfunzioni mitocondriali giocano un ruolo cruciale nelle patologie cerebrovascolari e la loro correzione diventa un’arma terapeutica importante contro l’ictus”.
Lo studio ha notevoli implicazioni cliniche dato il frequente riscontro di una riduzione dell’espressione del gene ndufc2 nella popolazione generale, e infatti questo aspetto viene indagato anche nella ricerca attuale.
Una strada innovativa per il trattamento di pazienti ad alto rischio di ictus potrebbe quindi aprirsi grazie alla riattivazione dei processi autofagici, con nuovi farmaci, ma anche attraverso l’uso di sostanze di origine naturale.
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12/11/2019 Andrea Sperelli

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