(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) pazienti infetti con 30.759 soggetti di controllo. Analizzando i dati di database regionali sull’utilizzo di farmaci, i medici hanno riscontrato che l’uso di Ace-inibitori e sartani era più comune fra i pazienti con coronavirus che fra i soggetti di controllo e che i pazienti con Sars-CoV-2 mostravano in media un profilo clinico peggiore.
Ma l’analisi statistica ha mostrato che non c’era associazione specifica con l’utilizzo dei farmaci. Infatti, anche l’assunzione di altri farmaci – betabloccanti, diuretici e farmaci per il diabete – era più frequente fra gli infetti. Ciò dimostra, secondo gli scienziati, che è lo stato di malattia a determinare un aumento del rischio e non il consumo di farmaci, che è solo un riflesso della situazione clinica del paziente.
«Lo studio ha mostrato che non c'è nessuna prova specifica a indicare che chi è in cura con questi farmaci abbia un rischio diverso di contrarre il virus rispetto a chi non è in trattamento», conclude Mancia.
La Società italiana di farmacologia ha pubblicato su Pharmadvances due lavori coordinati da Giorgio Racagni dell’Università di Milano.
«Ci sono ipotesi contrastanti sul potenziale profilo di beneficio o rischio dei farmaci antipertensivi che agiscono sul sistema renina-angiotensina. Questo perché l'enzima 2 di conversione dell'angiotensina (Ace2) è coinvolto nel processo di invasione di Sars-CoV-2 nelle cellule polmonari ospiti» scrivono gli autori nel primo lavoro. Studi in vitro hanno dimostrato che sia gli Ace-inibitori che gli Arb possono aumentare significativamente l'espressione di Ace2 cardiaco, e per questo alcuni autori hanno suggerito di valutare l'uso in pazienti con Covid-19. Tuttavia, diversi studi condotti su Sars-CoV, generalizzabili a Sars-CoV-2, hanno mostrato che potrebbe essere addirittura vero il contrario, e che esista un aumento paradossale nell'espressione di Ace2 indotta da un trattamento cronico con tali farmaci che può proteggere i pazienti infetti da sintomi polmonari più gravi, anche se non ci sono prove biologiche o cliniche a favore di un effetto protettivo».
Gli esperti quindi affermano che non c’è necessità di sostituire i farmaci con altre molecole antipertensive. Il secondo studio si occupa invece dell’ibuprofene, che secondo le autorità sanitarie francesi potrebbe peggiorare le condizioni cliniche dei pazienti affetti da Covid-19.
«Non ci sono dati scientifici a supporto di un peggioramento dell'infezione con ibuprofene o altri Fans, e la relazione tra recrudescenza dell'infezione e uso di ibuprofene o ketoprofene è attualmente in corso di valutazione da parte del Comitato di valutazione dei rischi per la farmacovigilanza (Prac) dell'Agenzia europea per i medicinali (Ema)», scrivono gli autori. «I pazienti in trattamento cronico con ibuprofene o altri Fans devono continuare il loro trattamento fino a quando il Prac non concluderà le indagini su questa potenziale associazione», concludono gli autori.
In una ricerca apparsa sulla rivista Mayo Clinic Proceedings, un gruppo di scienziati ha analizzato la controversia per cercare di sintetizzare le evidenze disponibili relativamente a quest’aspetto.
Nel team internazionale di ricerca anche Giuseppe Lippi, professore ordinario di Biochimica clinica al dipartimento di Neuroscienze, biomedicina e movimento dell’università di Verona, e direttore dell’Unità operativa complessa di Laboratorio analisi dell’Azienda ospedaliera universitaria integrata di Verona.
"In accordo con le attuali linee guida, raccomandiamo ai pazienti ipertesi di non sospendere la terapia farmacologica anti-ipertensiva", afferma il principale autore Fabian Sanchis-Gomar, che afferisce al dipartimento di Fisiologia della facoltà di Medicina dell’università di Valencia, all’Istituto di ricerca biomedica Incliva (Valencia), e alla divisione di Medicina cardiovascolare della Stanford University (Usa).
Dopo un esame approfondito di oltre 60 studi pubblicati, Sanchis-Gomar e i suoi coautori concludono che nessuno studio ha finora riportato l’esistenza di un aumento dei valori, e che una maggiore espressione non sottenderebbe necessariamente un aumento del rischio di infezione o di gravità della patologia.
La ricerca ha principalmente riguardato studi che evidenziano come valori aumentati di angiotensina II possano favorire la sindrome da distress respiratorio acuto nei pazienti Covid-19. Altre ricerche suggeriscono che gli inibitori del sistema renina-angiotensina-renina potrebbero giocare un ruolo importante nel trattamento di Covid-19. Gli autori tuttavia concludono che sono necessari altri studi e valide prove scientifiche per formulare conclusioni definitive.
Le prove attuali indicano che gli inibitori del sistema renina-angiotensina-renina riducono significativamente la mortalità nelle malattie cardiovascolari e la progressione della malattia renale cronica, e che sono il cardine nel trattamento dell’insufficienza cardiaca e dell’ipertensione. "La terapia con ACE-inibitori o bloccanti dei recettori dell’angiotensina dev’essere continuata, o eventualmente iniziata, secondo le specifiche indicazioni e indipendentemente da Covid-19", osserva Sanchis-Gomar.
Sebbene non esistano sostanziali differenze tra bloccanti dei recettori dell’angiotensina e ACE-inibitori in termini di efficacia nel ridurre la pressione arteriosa e migliorare altri esiti, la tosse che a volte si associa all'uso di ACE-inibitori e i tassi di abbandono della terapia imputabili ad eventi avversi sembrano essere inferiori nei pazienti che utilizzano bloccanti dei recettori dell’angiotensina. "Alla luce della simile efficacia e della minora incidenza di eventi avversi, i bloccanti dei recettori dell’angiotensina (ARB) potrebbero rappresentare un'opzione terapeutica più vantaggiosa nei pazienti con Covid-19 a rischio di sviluppare forme più gravi di questa patologia", afferma Sanchis-Gomar.
In un video, Carl J. Lavie, che afferisce al John Ochsner Heart and Vascular Institute dell’università del Queensland (New Orleans, Usa), conclude: “L'angiotensina II è un ormone che promuove infiammazione, danno ossidativo, vasocostrizione e fibrosi, ed è quindi abbastanza ragionevole supporre che un agente farmacologico in grado di inibire la produzione di questo ormone possa essere utile nella prevenzione del danno polmonare e nel ridurre la severità sistemica della patologia. È certamente prematuro suggerire di utilizzare questi farmaci come misura preventiva per Covid-19 in pazienti senza altre indicazioni per l’assunzione degli inibitori del sistema renina-angiotensina-renina, tuttavia questo è un aspetto che merita approfondite valutazioni”.


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22/05/2020 Andrea Sperelli

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