(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) Medicine di New York rivela che i calciatori che colpiscono più di frequente la palla di testa mostrano probabilità tre volte superiori di incappare in sintomi da concussione cranica rispetto a chi colpisce meno spesso con la testa.
Lo studio ha coinvolto giocatori di calcio amatoriale che giocavano in maniera regolare per almeno 6 mesi all'anno. Tutti hanno compilato un questionario rispondendo a domande sulla frequenza delle partite a cui partecipavano, sul numero di scontri involontari e sui colpi di testa effettuati.
I medici chiedevano anche quanto spesso i giocatori avvertivano i sintomi di una concussione cerebrale moderata (cefalea, vertigini), grave (stordimento) o molto grave (perdita di coscienza). I dati indicano che almeno il 20 per cento dei giocatori avvertiva sintomi concussivi da moderati a gravi.
Un'altra ricerca sull'argomento è firmata da Dawn Comstock della Colorado School of Public Health di Aurora. Sono stati analizzati i dati delle stagioni dal 2005 al 2014: «Lo scopo era di esaminare quali fossero le variazioni temporali di frequenza delle commozioni cerebrali, cercando di capirne i meccanismi e le attività più a rischio specifiche del calcio», spiega Comstock.
Fra le ragazze si sono verificate 627 commozioni cerebrali nel corso di 1,4 milioni di partite svolte, con un tasso di 4,5 traumi per 10mila esposizioni. Fra i ragazzi, invece, il tasso di traumi cranici era di 2,78 per 10mila esposizioni. Lo studio dimostra che il modo più comune per procurarsi un trauma cranico è il contatto fra due o più giocatori, anche se l’attività più a rischio specifica del calcio è proprio il colpo di testa.
«In termini di prevenzione dei traumi cranici in campo, è poco probabile che vietare di colpire la palla di testa abbia un'influenza sul contatto tra giocatori, a meno che tale divieto non si associ allo sforzo di ridurre il contatto tra atleti durante tutta la partita», conclude Comstock.
Sulla rivista The Lancet Neurology è apparso un editoriale che chiede maggiore attenzione al problema dei possibili disturbi neurologici connessi causati dalle commozioni cerebrali ripetute che tanti giocatori di calcio sperimentano nel corso della loro carriera.
«La commozione è la lesione cerebrale traumatica (Tbi) sportiva più comune, e gli effetti a lungo termine di traumi ripetuti possono portare a demenza, sclerosi laterale amiotrofica o altri disturbi neurologici», spiegano gli editori di The Lancet, che hanno scritto in prima persona l’articolo. «A preoccupare di più è che se anche i sintomi della Tbi tardano a manifestarsi oppure vanno e vengono con rapidità, gli esiti neurologici possono non essere scoperti. E questo può indurre calciatori come il difensore uruguaiano Álvaro Pereira durante la Coppa del Mondo Fifa 2014, a ignorare il consiglio dei medici tornando a giocare dopo un trauma cranico».
Mal di testa e vertigini possono durare per settimane o mesi in seguito a una lesione cerebrale traumatica. I danni neurologici provocati da questo accumulo di commozioni cerebrali sono stati già provati in maniera scientifica nei pugili, tanto che è stata introdotta perfino un’espressione ad hoc: demenza pugilistica. In termini tecnici si parla invece di encefalopatia cronica traumatica (Cte), identificata post-mortem in atleti professionisti di vari sport.
«Sarebbe quindi opportuno che la decisione di tornare in campo dopo una commozione cerebrale venisse presa dagli operatori sanitari, e non fosse nelle mani dell’atleta o di chi ha interesse a vederlo giocare», riprendono gli autori, che concludono: «molte organizzazioni sportive hanno riconosciuto le conseguenze potenzialmente gravi dei traumi cranici lievi ma ripetuti, e stanno elaborando piani d’azione per proteggere gli atleti a rischio di lesioni alla testa».
Una ricerca pubblicata su Brain Injury conferma la preoccupazione degli editorialisti di The Lancet. Il direttore del Neuroscience Research Program del St. Michael's Hospital di Toronto, in Ontario, Tom Schweizer spiega: “come in altre competizioni di contatto, i giocatori sono a rischio di traumi da collisione sul campo, ma scarsa attenzione è stata data al suo aspetto più unico che raro: l'uso della testa per controllare la palla, con tutte le possibili conseguenze a lungo termine dei ripetuti traumi cranici”.
Il medico canadese ha passato in rassegna la letteratura scientifica relativa all'argomento, evidenziando un'incidenza che va dal 5,8 all'8,6 per cento di commozioni cerebrali sul totale degli infortuni registrati durante le partite.
“Il primato assoluto va al calcio femminile con l’8,2% delle commozioni cerebrali, il secondo più alto dopo il football americano”, continua il ricercatore.
L'analisi statistica dimostra che difensori e attaccanti sono i giocatori che accusano più di altri deficit mnemonici, di pianificazione e percettivi, tanto che conseguono i punteggi più bassi nei test di memoria verbale e visiva.
Il dott. Schweizer propone una forma di autodifesa da applicare almeno ai giocatori più piccoli per evitare danni permanenti: «Un casco protettivo, specie nei più piccoli, potrebbe forse diminuire l'incidenza del trauma cranico e dei suoi possibili effetti a lungo termine».
Il pallone da calcio pesa circa 450 grammi e viaggia ad una velocità tra 50 e 80 km l’ora. Grazie all’energia causata dalla velocità, è come se vi colpisse un peso di circa 80 kg. Se si pensa che un calciatore colpisce la palla di testa in media 5 volte per partita, e fino a oltre 250 durante una stagione, non stupisce che alla lunga possa subire danni cerebrali e difficoltà cognitive.
I ricercatori Usa dell'Albert Einstein College of Medicine della Yeshiva University e del Montefiore Medical Center, con una ricerca condotta su 38 giocatori di calcio dilettanti (età media 30,8 anni), hanno trovato nei calciatori livelli di danno simili a quelli visti dai medici nei pazienti con commozione cerebrale. I ricercatori hanno utilizzato una tecnica avanzata di risonanza magnetica per analizzare le condizioni del cervello di questi giovani che giocavano a pallone fin da piccoli, chiedendo anche a ognuno di cercare di quantificare il numero di colpi di testa accumulati in un anno.
Ebbene, sembra che ci sia un limite sicuro di circa 1.000-1.500 colpi di testa l'anno, ma se si supera questa soglia si osservano lesioni significative. Insomma, il problema sembra essere legato ai traumi ripetuti ed è reale.
«Dopo aver confermato il danno potenziale legato all'impatto, volevamo capire se c'era una soglia di sicurezza», spiega uno dei ricercatori. Così si è visto che basta accumulare più di 1.500 colpi per incappare nei problemi.
«Se colpire una palla con la testa 1.000-1.500 volte l'anno può sembrare tanto a chi non gioca a calcio, in realtà questo si traduce in poche volte al giorno per chi lo fa regolarmente», scrive Lipton.
I giocatori che più di frequente ricorrono ai colpi di testa, come gli stopper e i centravanti di sfondamento, sono i più soggetti a problemi neurologici, come disturbi della memoria e della percezione visiva. Tra i giocatori olandesi, attivi e in pensione, oltre un terzo presenta sintomi neurologici quali mal di testa, capogiro, irritabilità.
Insomma, «l'impatto non ha una potenza tale da danneggiare le fibre nervose del cervello, ma i traumi ripetitivi possono scatenare reazioni a cascata, che possono portare a danni per le cellule cerebrali».
Ad essere danneggiate, poi, sono cinque regioni del cervello poste nella parte anteriore e in quella posteriore del cranio. Non solo: in uno studio collegato si è visto che i giocatori più inclini a ricorrere ai colpi di testa hanno ottenuto anche risultati peggiori nei test volti a verificare capacità cognitive come la memoria verbale e tempi di reazione.
Inoltre esiste la possibilità che i traumi cerebrali ripetuti rappresentino un rischio per lo sviluppo di gravi malattie neurodegenerative quali Parkinson e Alzheimer.
Il problema è risaputo, già nell'agosto 2005 è stata approvata dalla federazione americana calcio (Ussf) una fascia-casco per proteggere la testa dei calciatori, perché è stata riconosciuta la pericolosità dei colpi di testa. E fin dall’aprile 2004 nel calcio olandese si è deciso di vietare i colpi di testa nelle categorie giovanili fino a 14 anni. Speriamo che anche in Italia si provveda subito.
Intanto cerchiamo di limitare i danni cercando di colpire correttamente il pallone utilizzando la parte centrale della fronte. «Non si devono chiudere gli occhi al momento dell'impatto col pallone», ha spiegato Andy Roxburgh, direttore tecnico della UEFA. «È così che si rischia di farsi male. Per esempio, ci si può fare male se si chiudono gli occhi e si abbassa la testa, colpendo il pallone con la parte superiore del capo. Prima di tutto, i ragazzi devono iniziare con un pallone leggero. Quando sono molto giovani, è meglio che non usino palloni pesanti, per ovvi motivi».

Fonte: Neurology/Jama Pediatrics/The Lancet Neurology

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30/11/2018 Arturo Bandini

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