(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) di famiglia è un’istituzione unica del servizio sanitario italiano. Esiste, infatti, solo nel nostro paese e accompagna i genitori nel difficile compito di far crescere sano il proprio bambino, dalla nascita sino allo sviluppo sessuale: dagli 0 ai 16 anni. Il nostro compito, quindi, è duplice. Da un lato, ci occupiamo dell’aggiornamento e della formazione dei nostri associati, per curare al meglio i piccoli pazienti, educare loro e i loro genitori a prevenire le malattie che potrebbero svilupparsi nell’età adulta, sostenerli e guidarli nella difficilissima fase del cambiamento adolescenziale. Dall’altro, dobbiamo impegnarci a sostenere e difendere il patrimonio che il nostro ruolo rappresenta, operando di concerto con il Ministero della salute e le Regioni per ottimizzare e sfruttare al meglio le risorse disponibili e riuscire a garantire la qualità delle cure che il pediatra di famiglia eroga e che le famiglie mostrano di apprezzare”.
Secondo un’indagine condotta recentemente in Lombardia, l’87% dei genitori si ritiene soddisfatto del proprio pediatra di famiglia, al punto che l’85% lo consiglierebbe a parenti e amici e lo sceglierebbe di nuovo. Inoltre, la fiducia riposta porta 7 famiglie su 10 a considerare il pediatra di famiglia proprio punto di riferimento principale per consigli e informazioni in merito alla salute del bambino.
Il tema della sessualità adolescenziale è quanto mai attuale, secondo Maurizio Bini, perché “l’anticipo dei tempi di maturazione fisica e il ritardo di acquisizione del senso di autonomia e responsabilità hanno prolungato la fascia temporale dell’adolescenza. Se fino a poco tempo fa si stimava nel 60% la percentuale di giovani che praticavano la prima sessualità di coppia in età adolescenziale, tale valore ha subito significativi incrementi. Inoltre - prosegue Bini - la rivoluzione informatica ha complicato le cose perché ha consentito nuovi percorsi, spesso incomprensibili per le generazioni precedenti, per la soddisfazione sessuale individuale”.
Emergono, infatti, prepotentemente fenomeni come il “sexting”, dalle parole inglesi sex (sesso) e texting (pubblicare testo), un neologismo che indica l'invio di immagini sessualmente esplicite o di testi inerenti al sesso attraverso i mezzi informatici. “Il sexting è una pratica che segue un suo rituale ben preciso: il fotografarsi nudi o in pose provocanti, il farlo ovviamente di nascosto dai genitori, l’inviare le immagini per MMS o email. Secondo una recente indagine, il 20% degli adolescenti ha inviato queste immagini e il 40% le ha ricevute, il che significa che non esiste solo il sexting attivo, ma anche quello passivo, non voluto, ma ugualmente rischioso per lo sviluppo dell’identità sessuale del giovane”, dice Bini.
“Inoltre, il 25% degli adolescenti che pratica il sexting, in maniera assolutamente irresponsabile per le conseguenze, invia le proprie immagini non solo al partner o all’amico/a in cui ripone piena fiducia, ma a più persone”, aggiunge ancora.
Un altro fenomeno in crescita, ancorché più tradizionale, è la ricerca di materiale sessualmente esplicito sul web. “Esistono circa 2 miliardi di siti pornografici. Una possibilità di scelta infinita di immagini che può provocare nel giovane evidenti ripercussioni sulla sessualità agita, e in particolare sul rapporto di fedeltà al partner - spiega Bini. Infatti, proprio per quest’ampia disponibilità, diversamente da quanto avveniva ai nostri tempi, si crea un rapporto con le immagini e l’immaginazione instabile; non si è fedeli al partner ‘fantasma’, lo si sarà probabilmente meno anche con il partner reale”, conclude Bini.
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18/09/2012 Arturo Bandini

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