(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) I dati dimostrano che la somministrazione di un agente chelante conduce a una maggiore escrezione di vari metalli nelle urine, anche in soggetti sani privi di malattie legate ai metalli. Si tratta quindi di test non efficaci per diagnosticare un avvelenamento da metalli e possono provocare danni.
3) In assenza di una chiara esposizione ai metalli, meglio non richiedere test di screening per metalli pesanti. Il livello di esposizione ai metalli presenti nell'ambiente è molto elevato, e in molti casi si registrano livelli rilevabili nelle urine senza che questo pregiudichi la salute. La diagnosi di qualsiasi avvelenamento da metallo richiede un'appropriata storia di esposizione e reperti clinici compatibili con l'avvelenamento da quel metallo. Soltanto in presenza di un fondato timore di avvelenamento, il paziente può essere sottoposto al test che valuti il livello di un metallo specifico.
4) La chelazione va raccomandata soltanto per un'intossicazione documentata da metallo. La chelazione non migliora gli outcome oggettivi nell'autismo, nelle malattie cardiovascolari o nelle patologie neurodegenerative come la malattia di Alzheimer. I farmaci chelanti possono provocare effetti collaterali anche gravi, fra cui ipocalcemia, disidratazione, danno renale, ipotensione, reazioni allergiche e deficit di sali minerali essenziali.
5) Gli amalgami dentali che contengono mercurio non vanno rimossi. Alcuni studi hanno dimostrato che il mercurio presente negli amalgami non causa malattie. La rimozione è di per sé costosa, inutile e sottopone il soggetto all'assorbimento di maggiori dosi di mercurio rispetto all'approccio conservativo.
6) Per il trattamento delle convulsioni provocate da tossicità o dalla sospensione di un farmaco, non va utilizzata la fenitoina o fosfenitoina. La sostanza si è rivelata inefficace in questi casi e per il trattamento delle crisi convulsive indotte da isoniazide o dalla sua sospensione. Può inoltre essere dannosa se utilizzata per il trattamento delle crisi indotte da teofillina o antidepressivi ciclici. Il trattamento di prima linea, invece, è costituito dalle benzodiazepine, e in seguito da agonisti del recettore Gaba A, come i barbiturici.
7) Per trattare una malattia o prevenirla, non consigliare una detossificazione attraverso la pulizia del colon o la sudorazione. Non ci sono prove scientifiche che supportino la validità dell'idrocolonterapia. La pulizia del colon può causare dolore, crampi, disidratazione, squilibri elettrolitici, infezioni e perforazione intestinale. La sudorazione, dal canto suo, non favorisce l'eliminazione di una quota rilevante di tossine. Al contrario, i metodi utilizzati per stimolarla possono provocare disidratazione, ustioni, danno miocardico, avvelenamento da monossido di carbonio, danno epatico o renale.
8) Non richiedere test per valutare o diagnosticare "intolleranze idiopatiche ambientali", "ipersensibilità elettromagnetica" o "tossicosi da muffa". Si tratta di diagnosi autoriferite e non convalidate dalle procedure di test. Diagnosticare questo genere di condizioni può influenzare in maniera negativa lo stile di vita del soggetto, favorendo l'effettuazione di test non necessari.
9) In mancanza di sintomi specifici, non prescrivere il test dei capelli o delle unghie per lo screening dell'avvelenamento da metalli. Si tratta di test raramente necessari, spesso inaffidabili e che forniscono un'utilità limitata dopo un'esposizione ai metalli. Test aspecifici di questo genere aumentano il rischio di errori diagnostici.
10) Nei pazienti che presentano un avvelenamento da morso di vipera non eseguire una fasciotomia, in assenza di una misurazione diretta di elevate pressioni intracompartimentali. Il veleno provoca mionecrosi. La fasciotomia non solo non previene, ma può peggiorare la necrosi. Non ci sono evidenze disponibili che indichino la necessità di una fasciotomia, che in ogni caso dovrebbe essere effettuata solo dopo la documentazione di un'elevata pressione compartimentale.

Fonte: Choosing Wisely
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08/04/2016 Andrea Piccoli

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